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I MONACI BASILIANI D’ITALIA IN ALBANIA lUi c fuggire e repararsi dall’ira di Dio. Ma noi esortassi-cc mo il popolo di Drimades alla confessione generale cc e santissima Comunione, e così si fece; poscia fecero <•: voto a S. Atanagio (com’un protettore contro la peci ste) di ergergli una chiesa, e così passata quella tem-cc pesta, gli fabricorono la chiesa di S. Atanagio. cc Accorsimo a Palassa
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I MONACI BASILIANI D’ITALIA IN ALBANIA 93 Nè si limitò alle sole mansioni del ministero apostolico il buon Vescovo durante questa nuova ripresa della sua attività missionaria : nella sua modestia egli si contentava di fugaci accenni e in termini generali riferiva che la Missione « va sempre avanzando ne’ proci gressi spirituali, havendosi concepita la benevolen-cc za di quelle genti
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I MONACI BASILIANI D’ITALIA IN ALBANIA 81 frio avrà influito il consiglio del nostro Rodino, nel presentimento forse di avere un giorno in quel giovanetto un erede e un imitatore del suo apostolato : l’attestato amplissimo rilasciato al medesimo ce lo farebbe pensare con fondamento di verità. Il Rodino infatti si trovava a Napoli in uno di quegl’intervalli di riposo che dava ad ogni triennio
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I MONACI BASILIANI D’ITALIA IN ALBANIA 69 precedente dello Stanila e la inesperienza dell’età ancor fresca, si ebbe dalla bontà dei Signori Cardinali il rescritto di grazia : S. Congregano in honorem proxi-marum festivitatum revocavit praeceptum de non discedendo a domo, imposito nihilominus eidem, ut quam primum ad suam dioecesim redeat, et si id ob assertas persecutiones minime permittitur
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I MONACI BASILIANI D’ITALIA IN ALBANIA 125 « con un materasso a giacere così amalato com’era il « Monsignore, et io facendo venire due buoni medici <i dalla città, lo rimisi alle loro mani che con diligenza « lo curassero, senza molta speranza però di salute ». Il buon Missionario non ci indica qual fosse la malattia che avea colpito Mons. Stanila : ce ne ha descritto il malato
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). Non sarà quindi inopportuno cominciare il corso di lingua e letteratura albanese che per la prima volta si tiene in questo Ateneo con un rapido sguardo alla lingua albanese, ai suoi elementi costitutivi e alla sua posizione nel seno della famiglia indoeuropea. * * * L’albanese è parlato in un’ampia zona che solo in parte corrisponde al regno d’Albania odierno. Questa zona può essere delimitata nel modo seguente
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I MONACI BASILIANI D’ITALIA IN ALBANIA 151 « do ad ammaestrarsi ed ancora dall’altra parte adii dottrinare quelli figlioli. Così famigliarmente veniva « spesso in mia cella a visitarmi; e perchè avevo iscritto « ad un mio parente che si trovava al Zante il gran torto « che fatto mi aveva il Papà Alexi, prima tanto amore-« vole verso di me, doppo d’avermi perseguitato si bar-« baramente
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I MONACI BASILIANI d’ItALIA IN ALBANIA 113 K per fare a noi maggior dispetto, strapazzando quello ec che era servo del nepote del Sommo Pontefice, l’ap-« postarono in una strada e gli corsero a dosso per race pirlo e venderlo alli Turchi; ma noi stimandoci in ec quest’occasione più che in ogni altra obligati ad ado-e< perare tutte le nostre forze et impedire quell'empio « misfatto
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I MONACI BASILIANI d’ITALIA IN ALBANIA 159 « di che n’attenderà i riveriti sentimenti dell’EE. « W. (12) ». Non erano ancora maturi i tempi per simili istituzioni missionarie indigene, nè deve far perciò meraviglia se non ne fu presa in considerazione la proposta dell’Arcivesco di Corfù. Questi tuttavia tornò a insistere anche nell’anno susseguente e modificando alquanto la sua prima proposta
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e di volgare settarismo. * * * Quanto agli Albanesi dei quali ci occupiamo si può affermare che l’atteggiamento loro verso la verità <lella Religione cristiana, anzi che da profondi convincimenti (7) Resta ancora a scriversi una storia dettagliata delle relazioni corse tra la Repubblica Veneta, l’Albania e il Cantone di Chimara in modo particolare. Da un documento ancora inedito desumo che fino al 1732
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assoluta; e, se non andiamo errati, la Chimara come gli altri Cantoni più bellicosi di Albania, viveva quella specie di vita indipendente, di cui parla anche il Pouqueville, quando « ciascun Cantone e frequentemente ogni città formava « una specie di repubblica autonoma divisa in fare o « parti; e i grandi feudatari servivano in queste associa-« zioni di contropeso all’autorità dei Pascià, mandati
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che l’Albania è una espressione geografica e che non esiste affatto una nazione albanese nel vero senso della parola, poiché il così detto popolo albanese, fonte inesauribile di turbolenze nei Balcani, non è altro che una ricucitura incoerente di varie tribù, di cui ciascun membro, privo di coscienza nazionale, non conosce che il suo clan e la vendetta. Sebbene a tutti sia ben nota la gloriosa smentita
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I MONACI BASILIANI d’ITALIA IN ALBANIA 175 tempo in tempo portavano personalmente la parola del conforto e gli aiuti dlei Sacramenti, ecc. E tutto ciò sotto gli occhi del Papa e certamente col suo consenso, poiché l’azione benefica si svolgeva tra gli Albanesi rifugiatisi in Sicilia, in Calabria e in Apulia, dal loro arrivo in poi. D’altra parte come dubitare della sana ortodossia di un popolo
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di S. Attanasio. Morì nel 1726 mentre già, fin dal 1715, la missione in Albania era stata affidata al P. Basilio Matranga, già Abbate del Monstero di Mezzojuso, ed al P. Giuseppe Schirò, ambedue di Piana. II Matranga, dopo quattro anni, per la sua debole complessione fisica, venne dispensato dall’impiego laborioso, ed in considerazione dei suoi grandi meriti, fu creato Arcivescovo di Ocrida ed assistente
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I MONACI BASILI ANI d’ItALIA IN ALBANIA 157 § 2. — I Chimarioti e Roma. Sembrerà incredibile, dopo ciò che fin qui si è detto, che un popolo dagl’istinti ancora selvaggi fosse contemporaneamente accessibile alla verità e che ne andasse quasi in cerca e Faccettasse, pur non desistendo dagl’impeti violenti e irragionevoli della sua natura. Anche di ciò ci rende testimonianza il Vescovo
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dell’uomo, tuttavia può affermarsi che, in molti punti dell’Albania, in tempi così difficili e pericolosi, ciascuno metteva ogni cura a nascondere il proprio pensiero, senza riuscire, per fortuna, ad assopirsi nel danno presente. Imperocché, ad
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I MONACI BASILIANI D’ITALIA IN ALBANIA 169 Al Santissimo e Beatissimo Patriarca della Grande, Cattolica e Universale Chiesa di Dio, Signore, Signore Gregorio XIII, Pafm della vecchia Roma con onore (22). Noi vedremo in seguito come i Chimarioti, forse senza saperlo, venivano con questa lettera a fomentare nell’animo del Papa un ardente e antico suo desiderio, del quale peraltro, sebbene
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1932
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di alcuni di essi, la Börsen Zeitung scriveva nel 1898 che dall’Italia fu gittata la scintilla della propaganda nazionale in Albania, e nei termini medesimi esprime-vasi il The Glohe di Londra del 18 febbraio di quell’anno; come nel giugno del 1901 il Fremdenblatt, che, per bocca di B. Molden, dichiarava come gli Albanesi emigrati in Italia abbiano saputo trasfondere ai loro compatrioti il tradizionale interessamento
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36 Matteo Bartoli Poi, in alcune aiuole avrebbe « attecchito », cioè si sarebbe « piantato » profondamente, uno dei due virgulti e l’altro sarebbe perito. Cioè, per es., ignis si sarebbe impiantato nell’indiano e nel baltico, Jtvp nel greco ecc., e ambedue nell’italico e nello slavo. Simile sarebbe la storia dei tipi neolatini magis e plus e di altre coppie neolatine, secondo il Meillet e diversi altri eminenti colleghi, di varie scuole, compresi alcuni neolinguisti (117). Cioè, magis si sarebbe « impiantato » nella Dacia e nell’Iberia, plus nell’Italia, compresi i suoi lembi estremi (§6), e ambedue nella Gallia transalpina. Ma a queste ipotesi si possono muovere due obiezioni. La prima è che dalla cronologia dei testi e dalla geografia delle aree ci risulta soltanto che plus è passato dall’Italia nella Gallia transalpina e in aree vicine (§ 6), e non ci risulta che sia giunto nella Dacia e nell’Alba-nia (118). Similmente, l'ipotesi che il tipo sia esistito anche nell’area del tipo diès, e il tipo mel nell’area di medu è infirmata dal fatto che le aree dei tipi diès e medu sono molto estese e ci danno una doviziosa e antichissima fioritura di documenti letterari. Ora, se fosse avvenuta, nelle aree di diès e medu, la supposta immane ecatombe dei tipi 'HH-aQ e mel-, sarebbe strano non trovarne nessuna traccia, nessuna reliquia, in quelle aree estesissime e in quelle letterature abbondanti e vetuste. La seconda obiezione mi è suggerita da queste dtae figure : I. Iberia Ga llia Italia Dacia magis magis plus plus magis II. - italico greco arme no indiano diès finae awr tiv dyau
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1932
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(«: alla nostra causa tutta l’Albania e tutta la Morea, es-« sendo tra noi Greci e Albanesi in gran numero, potente dosi dalla sola Morea metter in piedi un esercito di tt duecento mila guerrieri, mentre i nemici non sono più « di seimila. tt Nella Chimara inoltre in un sol giorno dai Vil-tt laggi qui appresso indicati e dalle zone vicine si poeti sono reclutare diecimila uomini e in una settimana tt cinquantamila
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