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36 l’albania miglia diretta e un centinaio di spaccapietre vi lavorano abbronzati dalla canicola, col fazzoletto ficcato alla beduina sotto il fez grasso di sudore. Ma la strada irta di breccia nuova viene da noi e dai carri lasciata intatta, e seguiamo invece tra i campi di granoturco e d’avena viottoli di campagna più polverosi e più fangosi, ma più morbidi. Il capo del cijlic o masseria
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LE LODI DEI.L’AUSTRIA 159 sviluppo d’una coscienza nazionale albanese, perchè non glie ne verrebbe nessun vantaggio. Come osserva in un bel libro recente sull’alta Albania il De Grand, console di Francia per sei anni a Scutari, gli albanesi « non hanno nemmeno avuto la fortuna di possedere, come i greci, i bulgari, gli armeni nelle altri parti deH’impero ottomano, un clero nazionale e patriota
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>52 e a Durazzo. Noi a Durazzo abbiamo un viceconsolato da quindici giorni, e la burocrazia del Ministero degli esteri ancora non gli vuol mandare lo stemma e là bandiera. Il trattato di Campoformio, se cedeva di fatto tutti i territori della Repubblica veneta all’Austria meno le isole Jonie, non faceva che confermarle il famoso diritto di protezione della chiesa cattolica cominciato nessuno sa precisamente quando e come. Quando si presentò al Congresso di Vienna. l’Austria ai consolati suddetti aveva già aggiunto un vice-console a Jànina, uno a Vallona, uno a Prevesa. Noi a Vallona abbiamo un viceconsole da due mesi, e si sta facendo la casa, per il quale scopo il ministero gli ha da principio affidato lire mille in carta italiana e oggi credo sia con munificenza giunto a duemila! E tanto a Vallona che a Jànina e a Prevesa abbiamo, con la continuità di programma che ci distingue, abolito per economia le nostre frequentatissime scuole. Ma dal Congresso di Vienna fino al Congresso di Berlino l’Austria che sapeva fare il passo secondo la gamba, non lavorò veramente che a prepararsi l’occupazione della
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120 E quassù sono cento o centocinquantamila, divisi in tribù e in bandiere o bai-racht. Dalla bandiera dei Clementi più vicini al confine montenegrino, scendendo giù per la riva orientale del lago di Scutari verso sud, si incontrano di montagna in montagna gli Hotti, gli Screli, i Castrati, i Rioli, i Busauit, i Pillati, i Posripa e, ritornando verso l’interno lungo il Drino, nel versante nord i Dusmani, i Nicài, i Marturi, i Grasnici, gli Hasi, nel versante sud i Mirditi, i Ducad-gini, i Taci, — per dir solo di quelli compresi nel vilajét scutarino. Le tribù più numerose, ad esempio quella dei Mirditi che comprende venti o trentamila persone, si dividono in più bandiere che spesso prendono nome dal paese o dal villaggio più numeroso. Ogni bairacht è comandata da un bai-rachtar, che, assistito dal consiglio dei vecchiardi o anziani delle famiglie maggiorenti, tutela gl'interessi della tribù, nomina in caso di guerra un capo militare per un tempo e uno scopo determinato, amministra la giustizia secondo la legge della Montagna o
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154 quel che fece il trattato di Campoformio pel diritto austriaco di proteggere qui il clero cattolico: cioè la Turchia un bel giorno s’è trovata costretta a riconoscere un fatto che nessuno sapeva quando e con qual diritto fosse incominciato. Di fatto gli uffici postali da principio furono soltanto le agenzie del Lloyd austriaco: Medua, Durazzo, Yallona, Santi Quaranta, Sajada, Parga, Prevesa, Salahora. Nes-sun’altra linea di navigazione toccava con regolarità quei porti ; all’interno mancava, come manca, ogni sicurezza di comunicazione. Non solo i consoli stranieri ma anche i commercianti con l’estero dovettero affidare i loro sacelli postali e le loro lettere, come -i loro pacchi e le loro merci, a quelle navi celeri, puntuali, comode, sicure. Qualunque altra nazione che con la stessa frequenza e la stessa puntualità mandasse le sue navi in quei porti, potrebbe perciò e dovrebbe ragionevolmente pretendere altrettanto. Soltanto nel 1895. quando i turchi stessi nell’Epiro e nel vilajét di Scutari ebbero riconosciuto la necessità di usare le linee del Lloyd nei loro rapporti postali e com-
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«50 l’albania fretta che quei porti, se fra dieci o cent’anni non dovessero più essere turchi, col nostro consenso non sarebbero mai austriaci. È un buon principio. Anche in diplomazia, parlare chiaro, se non ad altro, giova ad essere capiti subito. Per quanto a chi consideri i vitali interessi politici ed economici dell’Italia in questo paese, possa apparire che essa tra Africa e Cina
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I I 8 l’albania muli, dalle reni basse, dal collo corto, dal petto ampio, dall’ugna dura sui macigni dei monti; e chi salta loro sul dorso e galoppa per provarne la velocità, chi schiude loro la bocca per leggerne l’età, chi si rifiuta e chi insiste. E sempre intorno ad ogni contraente, dieci, venti oziosi che arrotolano e fumano sigarette, guardano tutto senza mostrare nè con una parola
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8o l’albania mini a imprigionare il pascià. Questi si difese come una tigre. Nel pavimento di legno della stanzetta, nel soffitto di legno, nelle imposte delle piccole finestre, sui basci o divani di legno intorno alle pareti sono ancora i fòri delle palle. Da quelli verso ponente penetrano nella penombra sottili raggi di sole che tramonta. Dietro questa stanza dove Alì crivellato di ferite cadde
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12 L’ALBANIA Corfii : là soltanto una straduccia di immondizie, due magazzini colmi di zucchero, di caftè e di cotoni, tre case sventrate dalle cannonate greche quattr’anni fa, su in un sentiero tagliato nella montagna gialla una fila di muletti carichi diretti a Delvino e a Jànina, giù fra i cardi e i rovi le mura fosche e gli archi e le torri d’un forte veneziano diruto, aperto al gran respiro
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e fresco Albergo d’Europa — il primo e l’unico che ho incontrato in Albania — dal quale vi scrivo, vedendo dalla mia finestra un orto odoroso di pesche
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, nell’Alta Albania. S’apre con un’epigrafe di Pindaro {A me assistè la Musa, a me che ho trovato una nuova splendida forma di poesia e l’ho adattata a’ dorii alari) e con una breve prefazione indirizzata a R. Za-garese, datata da Maki, 1834, due anni cioè prima che fosse pubblicato il poema. Segue un avvertimento intorno l’alfabeto albanese, dipoi 30 brevi canti, in tre de’ quali sono intercalati tre versi
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L’ALBANIA E L’OPERA DI GIROLAMO DE RADA INTRODUZIONE. i. 10 non saprei cominciare questo libro con un pensiero più sapiente e delicato di quello di una celebre poetessa, tutta anima e sentimento, che il fulgore di una regai corona circonfonde di simpatia e ammirazione soave. * La vita — questo è il pensiero di Carmen Sylva — è un’ arte, nella quale si resta troppo sovente dilettanti: per divenire
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178 V Albania e l'opera di G. De Rada nelle altre lingue, dove però essa è opera di varie generazioni e di una schiera di ingegni, gli presentava ostacoli e difficoltà inaudite, che spegnevano spesso l’estro, il quale alcune volte, più potente di esse, le fiaccava vittoriosamente, nella letizia dell’anima. Il linguaggio letterario e poetico nel De Rada è tutta una creazione: di qui spesso
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CAP. XXII. Girolamo De Rada e il risorgimento dell’Albania. i. Questa è l’opera del grande albanese. Varia, vasta, complessa, multiforme, essa è stata ispirata e sorretta da un magnifico ideale, nutrita ed allevata da uno spiro di genio, che ruppe ostacoli e superò resistenze, di fronte a cui forze men poderose sarebbero cadute infrante e rimaste impotenti ed inani. Per tutta quest’opera alita
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, indagato quell’intelletto, scrutato quell’anima. In Albania e nel mondo albanese di Rumania trovò lettori ed estimatori più coscienti; la sua fama nella penisola balcanica è larga e l’idea che i connazionali hanno di lui, gigantesca. Questo spiega il gran movimento che egli destò e sostenne in quelle terre col suo giornale il Fiàmuri Arbèrit e l’entusiasmo all’idea nazionale, che era affatto sopita
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Cap. XVIII — Scrìtti grammaticali 299 poco è mancato ad avere una lingua romanza. Quando si rifletta che 1’ antica lingua daca, che è separata geograficamente e, come io credo, linguisticamente per un non lungo tratto dall’albanese, e che nella Albania orientale, a ridosso del Pindo, c’ è un isola linguistica romanza, la kutzo-valacca, mi confermo nella mia opinione, che un giorno forse diverrà
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e disgregata, è svolta in dieci canti, che non hanno alcun nesso fra loro (o, se v’ha alcuno, è invisibile) e che si fìngono composti da Seraflna, principessa di Arta e poi di Zadrìma, terra dell’Alta Albania. La molesta sconnessione, che non è ultima causa della fitta oscurità di questo libro, nasce non solo dall’ incapacità del poeta ad ordire una tela, sia pur frammentaria, con successione
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assai imperfetta e qua e là melensa ed insulsa. In quei tempi la conoscenza intorno l’Albania, la sua storia, la sua lingua, la sua letteratura, le sue vicende politiche era abbastanza larga anche in Italia. A parte (1) Rapsodie di un poema albanese, raccolte nelle colonie del Napolc-tano, iradotte da G. De Rada e per cura di lui e di N. Jeno de' Coronei ordinate emesse in luce — Firenze, 1S66
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suo come un gemito, che cresceva in un lamento dolorosissimo dinanzi ai mali ond’es-sa era ed è afflitta. La sacra visione dell’Albania appare, per un momento, velata a’suoi occhi: un’altra terra, più grande e magnifica, in seno alla quale egli vive e vissero i suoi avi, lo scuote e volge a lei. E a me non parve lecito, nell’ illustrare il suo pensiero, di dimenticare questi scritti. Essi mostrano un altro aspetto
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». La necessità di inviare il Dandolo a Venezia per essere immesso in bacino, rese necessario il trasbordo dell’ammiraglio Patris sull’ Etna, mentre 3 Spezia si provvedeva ad armare la Sardegna in sostituzione del Dandolo. Il battaglione da sbarco ritornò temporaneamente a Brindisi, non essendovi la possibilità di alloggiarlo a bordo delle altre unità rimaste in Albania e d’altra parte essendo per il momento
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