258 Dissertazione La bella gloria de’Franzefi di allora confiiteva in Tempre voler ingoiare i vicini, in aver caie baffe , e quelle (blamente addobbate coll’armi tolte a i nemici. Odaiì ora ciò, che lafciò fcritto il fopramenrovato Giovanni Sarisberienfe nel Lib. VII!. Cap. 7. nel defcrivere il convito dato da una ricca perfona di Puglia, al quale anch’ effo intervenne. Hcec , die’ egli, Ceena ab hora diei nona fere ufque ad duodecimam noclis , & hoc quiòem tempore ce que diali, protraila efl. In hanc Canufinus hofpes Confìantinopolitanas , Babylonicas , Alexandrinas , Paleflir.as , Tripolitanas &c. concjejjìt deheias; ac fi Sicilia, Calabria, Apulia, Campamaque non f ufficiarti convivium inflruere deheatum . Copiam rerum , feduhtacem ob-Jequii, miniflerii difaplinam , urbanitatem hofpitis plenius & melius re-feret Johannes Thtfaurarius E boraci ; nam & ipfe interfuit. Non in Roma, non da un Principe fatto fu quel Convito , ma da una privata perfona, e in Canol'a. Voglio, che il Sarisberienfe fecondo il fuo itile abbia efagerato; ma certamente fi dee credere funtuofa quella Cena. Come dunque Ricobaldo ci vien contando tanta mefehmità e rozzezza de gl’italiani d’ allora ? Nè so io, a chi egli fperi di perfuadere, che prima de’tem-pi di Federigo II. gl’italiani cenaffero al lume delle lucerne, o di fiaccole accefe , facem tenente uno puerorum vel fervo-, nam candelabrum de febo vel de cera ufus non erat. Appreffo l’antico Columella noi troviamo Candelai Se-bare , e Sevare -, preffo Ammiano Marcellino all’ Anno ¿jy.febalem facem . Apuleio nel Lib. IV. Metamorpk. Tcedis, dice, lucernis , cereis, febaceis , & eeieris notturni luminis iflrumentis, clarefeunt tenebra. Che l’ufo di tali candele fi fofle perduto, non fi può crederete certamente non mancavano mai alle Chiefe quelle di cera . Laonde non di perfone civili, ma della ciurma del volgo dovette parlare Ricobaldo in raccontando quelle ufanze di tanta povertà. Veggafi poi qui lotto il Cap. XXV. dove tratteremo delia maniera di vellire de gli Antichi. Furono anche allora in ufo le nobili e preziofe velli. Baderà qui di rapportare ciò, che ha Lando’fo juniore Storico Milanefe, in parlando di GroiTolano Vicario Generale dell’ Arcivefcovo di Milano nell’Anno 11 00. Affettava coilui afperìtatem vefìi-tus & cibi ; ma il Prete Liprando l’andava configliando, ut horridam coppam exuere: , & conveniemem tanto Vicario indizerei. iSion volea intendere Grof-folano , replicando fempre, che s’avea a fprezzare il Mondo. E Liprando; Quum fpcrnis Muadum, rifpondeva, cur venifìi in Mundum ? En Civiias ifìa fuo more utitur pellibus variis, Grixis , Manuriràs , & eeieris Pretìofs Qrnamentis, & Cibis . Turpe quidem erit nobis, quum advencc^ & peregrini vider'mt te hifpidum & pannofum . Or dica quanto vuole Rico haldo dell ellrerna parfimonia e rozzezza de gl’Italiani del Secolo XIII. quando noi troviamo ben differente iì vivere nel Secolo precedente «. Nè vo che mi fenppi dalle mani una controveriia agitata nell Anno 1149* fra i Monaci e Canonici di Santo Ambrofio di Milano* il cui Documeur to a