580 Colloqui con Diaz « con Sonnino [19.V.19] j^Gli dimostro che tutta la questione è in dipendenza dei crediti che l’America è disposta ad accordare, e che la continuazione di una larga politica finanziaria da parte degli Stati Uniti è la miglior cosa nel loro stesso interesse. La rovina dell’Europa presto o tardi porterebbe danni enormi anche all’America. Davis è persuaso, ma mi dice che la tesoreria di Washington è di contrario avviso. Lo so, e da un pezzo, purtroppo. Di ritorno all’albergo, trovo che Sonnino mi ha fatto chiamare; gli telefono e mi fissa un appuntamento da lui per le 20,30. Scendo da Diaz. Ha ricevuto la mia lettera, l’approvà pienamente; si augura che abbia effetto. Gli dico che in momenti cosi gravi ognuno deve sentirsi sicuro del proprio operato. La mia lettera a Orlando e a Sonnino potrebbe avere imprevedibili vicende, malgrado la lealtà dei desti-natarii. Perciò ho mandato una copia a lui come si deposita un atto presso un notaio, quando si vuol fissarne la data certa, e si vuole impedirne la distruzione. Egli mi assicura di comprendere pienamente le mie intenzioni e mi chiede se potrà eventualmente comunicare la mia lettera a chi di ragione. Rispondo che la mia lettera è affidata al più alto ufficiale dell’esercito, il quale potrà disporne secondo quanto crederà meglio, nell’interesse della Patria. Alle 201/2, entro nel salotto di Sonnino. Mi riceve malissimo; mi tratta da pazzo. Le dimissioni del ministero in questo momento sarebbero un tradimento verso il Paese: verrebbero altri a rovinare tutto: egli non se ne andrà di certo. Rosso in viso, si eccita vieppiù. Non rispondo una parola. Non mi ha neppure fatto cenno di sedere. Sto ritto sull’attenti, e quando mi accorgo che il linguaggio di Sonnino sta per sorpassare certi limiti, saluto, giro sui tacchi, ed esco. Nell’uscire incontro Aldrovandi. Gli dico: « Il Suo ministro è di pessimo umore. G’è qualche nuovo guaio? »