T R E N T E S I M A Q U A R T A ; } 07 nullus Dux , Marchio, Comes &c. prcedationem aut contrarietatsm facìat. Siccome vedemmo nella Differì. VI. folamente nel Secolo IX. cominciò ad udirli il nome de’ Marchefi : come dunque comparifce in Documenti del Secolo VI? Ritorno alla Carta Ferrarefe. Quanto ho io notato intorno ad effa, può fervire a conofcere, qual capitale s’abbia a fare d’un’ altra iìmile Carta , in cui Cefario Confole e Duca dona molti Beni al Monifiero di Subiaco nell’ Anno 775. Effo Strumento da me dato alla luce, fi dice fcritto Imperante Adriano pnjjlmo Papa Anno Quarto, Imperli piiffimi Ka-rolt Magni lmperatoris, Imperli ejus Anno Quarto, Indizione Prima , Men-fe Augufii die XXL Chi ha un po’di tintura della Storia, e delle antiche Carte, lcorge incontanente, che quell’ Imperante, e l’unione dell’imperio di Carlo Magno col Pontificato di Papa Adriano I. fon parti dell’ignoranza di chi finfe quello dono. Nè di quello abbiamo da ilupire. Siccome apparifce dalla Cronica di quell’infigne antichiffimo Moniilero , da me data alla luce, Leone IX. Papa di nota Santità, ito a Subiaco, Subla-cenfes ad fe convocava in Monafierio, quorum & requirens monumenta Char-tarum , notavit Falfijjlma , & Magna parte ante fe igne cremari fecit . Ma i fuddetti efempli non fon da paragonare con una troppo ridico-lofa Donazione , che fi finge fatta da Lorenza figlia di Aiaulfo, Reginad’ Aquileia, alla Chieja di Aemonia, oggidì Città Nuova, nell' Anno 163. della Natività. L’ho io pubblicata , affinchè fi fcorga fin dove arrivaffe l’arditezza ed ignoranza de gli antichi Impoilori. E quella fi vede copiata dal fuo originale autentico , munito di due Sigilli di cera , pendenti l’uno da una corda di canape, e l’altro da una corda di feta, coll’ affiilenza di tutti i Canonici del Capitolo di Aquiieia nell’Anno 1150. ipja Sede vacante, con dirli, che nella circonferenza di que’Sigilli fi leggeva PATRIARCHA AQVILEGIENSIS, mentre era Vefcovo di ella Città Nuova Giovanni. Egli è da offervare , che men difficultà fi pruova nel difcernere l’ingenuità o falfità delle Carte originali, che delle Copie, perciocché in quelle la forma de’caratteri, del Monogramma, del 1 Sigillo, ed altri fegni ben confiderati, danno a conofcere, fe v’entri o no qualche finzione. All’incontro per le Copie non fi può bene fpeffo profferire un giudizio certo, ed unicamente fi fuole attendere, fe la Cronologia , le formole, la Storia convengano, o fe vi s’incontri qualche altro difetto. Ma nel Documento fuddetto così sfacciata è la lloltizia del Falfario, che bifogna ben effere affatto ignorante di limili ftudj per non ifcoprire l’inganno. E pure nel 1150. que’Canonici nulla s’avvidero di sì llravagante pallicelo. Ma fi dirà, che quattro Notai riconobbero l’autenticità di quella Carta. Nè pur cento o mille Notai pcieano far divenir bianco sì brutto Etiope. Allorché regnavano i Secoli dell ignoranza, molta impresone faceva quella pompa di più Notai, che ricono-fceyano per legìttimo uno Strumento. Si fono aperti gli occhi, ed o&gi- V 2 dì