Quarantesima terza; 485 do dell’ Anno 529. nel cui Canone I. fi leggono le feguenti parole : Omnes Presbyten, qui Junt ¡n Parochiìs confittili , Jecundum confuetudinem, quam ptr TOT AM IT ALI AM fatis falubrtter teneri cognovimus, juniores Letto-res Jecum in domo retineant, & eos quowoòo boni patres jpiruuahter nutrì-entes, Pfilmos parare , divinis lettionibus irtjijìere, & in lege Domini erudire comendant. A tali tellimonj s’ha da aggiugnere Caiiiodoro, che nei fuo ritiro aprì fcuola di tutte le Scienze Eccieliaitiche. Ma venuti i Longobardi , e lacerata di troppo dalla lor crudeltà l’Italia, (otto Nazion tale immeria in una fomma ignoranza , ed aifuefatta {blamente alle guerre, quafi ogni Scienza venne meno, e dapertutto fuccedette la poca {lima , fé non anche lo (prezzo delie buone Lettere. Il che dicendo io, non intendo già di far credere mutata 1' Italia in una Lapponia, e così bandite le Lettere, che nè men fapeifero allora leggere e fcrivere. Siccome io accennai nel mio Irattato del Buon Gujlo, fempre i medefìr mi Ingegni nacquero (otto i Climi felici, e di queiti in ogni tempo fu iVfo-dre l’Italia, e la Grecia con altri colti paelì. Ma dar iì poifono tempi, ne’quali quelle per altro ingegnole perfone poco o nulla facciano di {picco nelle Lettere, ed alcune ii pafcano di favole , d’inezie, e di barbarie , per difetto di educazione , di Scuole , di Maeilri , o pel governo tirannico, o pel fiero turbamento delle guerre, o per la povertà, o per aìtre cagioni . Che appunto ciò a poco a poco avvenifle alla gente d’Italia, da che eifa quali tutta divenne conquilla de i Longobardi, niu-no a mio credere oferà di negarlo-. Contavanii al certo tuttavia Vefco-vi», Cherici, e Monaci; v’erano Giudici, cioè Dottori, Avvocati, Notai, e Medici, i quali non fi poteano già appellare privi aitano di Lettere . Tuttavia a pochiifìmo fi {tendeva queito loro iapere , poco intendendo eflì di Eloquenza, di Filofofia , di Teologia, di Poetica , e deh’ altre Scienze ed Arti . Anzi nè pur la Gramatica godea preflo di loro buona fortuna : del che fanno fede tante loro Carte confervate ne gii Ar-chivj. Che fe taluno del Clero predicava al Popolo , non (i ferviva fe non de i Sermoni de. gli antichi, de’quali le Chiefe maggiori confervavano qualche Raccolta ; o pure efercitandoiì in altre forte di Letterar-tura, non facea udire fe non cofe triviali, ed anche puerili. In una parola, eccettuata Roma , dove fempre iì.confervò qualche coltura delle Lettere , e fempre durò la fcienza de’ Canoni , e fors’ anche eccettuata Pavia, Sede del Regno, dove probabilmente fi trovò ancora in que’ tempi alcuno mediocremente ornato di Lettere: il reito dell’Italia languiva nei®^;noranza , o leggiermente era tinto di Lettere ; e certamente niuno vi fiorì diilinto per 1’ Erudizione, il cui nome , o aicun Libro comporto fia con lode pervenuto alla noitra conofcenza . Gregorio II. allorché inviò i fuoi Legati al. Concilio VI. Ecumenico, così fcriffe a gl’ Imperadori : Pro ocedientia , quam debuimus, non Difi. Itali Tom. IL H h 3 prò