457 MDXXV, GENNAIO. 458 275 Copia di una lettera data in Pavia di domino Antonio Becaria, narra il seguito da dì 22 Decembrio fino a dì 12 Zener, mandata a suo fratello il Preosto. Vedo che, in simi#accidenti, lutti liadvisi per la dificultà di messi non vanno al bon viagio, oltra per altre qualro mie direlive a voi et un’altra alla excel-lentia del signor Duca, anexe et colligaie col plico de l’illustrissimo signor Antonio. Vi replico, come alti 22 di Decembre il Mercore da matina zerti pochi di nostri lodeschi usirno dii bastion di Santo Stefano et fece fugir quelli de la guardia de la Trinità, preseno solo uno sguizaro cum una.....in spala. Poi passato il disnar, fezeno ussir dii castello circa 30 cavalli et fanti 60, quali non poterno scaramuzare per la retirata che fecero li inimici a la Trinità, et solo preseno 3 de loro con uno saco de limoni et pomiranzi, da cui cosa niuna ferma si potè intendere. Poi oltra il vespero, pasaron atraverso il Barco molte bandiere de fantaria alla volta del porto della Stella; quasi parea andaseno verso Piasenza incontro a certa munilione che se dicea venir da Ferrara. 11 medemo di intrarono in Pavia doi spagnoli, sìvc sardi, mandali da l’illustrissimo signor rnarche-xe di Pescara, cum lettere, dii tenore di certe altre gin haute a 9 Dicembre. La note sequente, 3 over 4 volte ne fecero dar a l’arma pur invano ; ma li nostri avanti l’alba haveano deliberalo ussire, ma Irovassemo che loro stavano in ordinanza, unde restorno. Il dì loro lirorno certe botte, rare però. La notte, venendo il Sabato la vigilia di Natale, pogiorno certe scale nel fosso de la terra al bastione del Torrelo per usarle poi verso il dì; ma li nostri, accortisi di questo, a man salva tutte le portorono dentro, che non si ne advide pur la sua sentinella fino a l’ultima, et deleno a l’arme loro. La vigilia di Natale fu nebbia obscurissima,et le fantarie ite verso Piasenza fecero ritorno cum mu-nicione, et nui perlai nebbia et polvere dubitando di novo assalto, radopiassemo le guardie tulle. Il dì de Natale, che loro minaziavauo dar assalto, nulla fecero più come morti. 11 di fu chiarissimo. Il (li di Salilo Stephano usiron quaranta spagnoli cum alcuni pavesi dal bastione de la Calcinera, et de Charena ussite etiam circa 30 lodeschi, et scaramu-zorono mirabilmente, et tolseno in inezo quelli de la Trinità dal torazo fino a Ticino, dei quali circa 16 over 17 ne furon morti, 7 presi : de li nostri solimi dui furon feriti, uno nel volto, l’altro in una gamba. La notte de Santo Giovani, doi de Gravalono venero dentro, quali dissero nel borgo de Ticino esser monsignor Momoransì cum fanti circa 2500 et lanze 50, quali la mattina se doveano inviare oltra Po. De questi doi, la prima è l’adviso de certe spie doppie, che fingendo venir ad avisare li nostri venivano per riportar nove de le cose de Pavia a la Maestà del Re, et recognosuli per tali, mostrando de non acorgersene, li rimandorno cum quelle nove che a loro parve fusseno al suo proposito. L’altra era Padviso de la recepula de li danari a loro mandali per la paga de li lanzinech. Il dì di San Giovane, li gioanini, zoè di quelli dii Medici, fecero loro risegna ne la campagna di Santo Veclore et di Cani-pese cum bandiere 15. Il di de li Innocenti, dopo il disnare subito da Sanio Lanfrancho se partite una bona zurma de cavalli, quali fumo iudicato esser il Re che giva a Santo Apollinare, et non mollo dopo si videro li inimici gelare uno ponte sul Ticino su per Damaseha, poco di sollo dii casamento di missier Franceschi») da Carte, et nui riparassimo da la Calcinara fino quasi al ponte de Ticino, dubitando di batería verso il fiume. Et la notte precedente inalili dì, per lo bastione de la Darsena (?) enlrò il Navarolo, spia nostra, «¿»¡lettere de 27 de Decembre, et bone nove del nostro soccorso che in breve saria qui. Il dì de Santo Tomaso a li 29 de Decembre, quelli del borgo de Ticino fecero la risegna et sle-tero assai in ordinanza. 11 medemo fecero quelli dii signor Joanino, et quelli de Santo Jacobo et Santo Apollinare condussero una boca de artellcria al calce del cavaliero, et de li tira a le volte. Alli 31 de Decembre, il duca di SofTolc a nome de francesi per uno tamburino mandò uno cartello di disfida al signor Antonio idest da Leva ; si niuno di nostri volea per gentileza et per amor di dama tirar una dozena di colpi di picca, che ’1 Re li daria campo. Et il tamburino non si lassò inlrar. Il primo dì di Genaro 1525 per un nostro tamburino. il prefato signor Antonio rispose al prefalo duca di Soflolc come a mano a mano il nostro campo si acosterà, et alora senza il campo del suo Re ne potrano lirare non una dozina, ma una migliare. Et dice che loro davano dinari a tulle le loro 276 fantarie, et che li monslrorono molti sacheti de danari da 20 in 30 carige, de’ quali ne fecero in sua presentía disligare assai. Ne erano alcuni scuti, alcuni danari novi da due parpagiole, et altra sorte di monete. Et dice come ne sono infiniti per li mona-sterii amalati, et stentano.