177 MDXII, APRILE. 178 Monte Lione, proteslamo clic subilo lo andasemo a trovare, altramente tutti inlrariano in Bologna, che cum quelli che ce erano ne l'ariano levare; et che se ne aspeclavano li romperiamo, el fugendo piglieriamo tanto credilo cum li populi che Bologna saria perduta, tornando ad poner in parte che non se potesse sucorere, come io disi. Alcuno de quelli che have-riano voluta la impresa al contrario, perfidiamo ancora che non se levasse ; et cussi monsignor de Foys fra doi dì cum tutto l’esercito se ne intrò in Bologna, che non solum li potevamo impedire, ma non lo sapeamo, che le nostre spie forono retenute a li passi ; che certo el campo nostro tanto non fo roto quanto li francesi ce foreno boni amici. Apresso, retirándose come fu forza, hebeno la nova de Brexa, el io ad ogni bora sol ¡citava che non perdesemo tempo, o seguilasemo ii francesi che andavano ad sucorerla, o pigliassimo altra che ii facessamo lassare quella de Brexa ; et in questo ancora era el conte de Monte Lione con el parer mio et alcun altro. In questo mio tanto importunare, lo signor viceré me ‘ disse eh’ io era tropo furioso, che se li franeexi andavano per slafeta, esso voleva andar di passo. Tar-damo tanlo a moverci, che a la secunda giornata che feceno, ne vene nova che Brexa è persa. Apreso da poi, li franeexi venero con tutte le forze loro equali a noi de gente d’arme, et cum el terzo plui de fanti et doppio di cavalli legieri. Volse el signor viceré in ogni modo firmarse el fortificarse ad Castel San Piero come se li inimici non havesseno possuto far altro camino, come io li dissi che (ariano, et non volse venir a Lugo et Bagnacavallo, come io era di parere; perchè fortificando solo Imola et noi stando in Lugo, li francesi non possevano passare avanti et venire a trovar noi, veniano cum grande disavantagio de passi, et paludi, et fiumi; et se cam-pegiaveno Imola, li haveriamo combattiti cum plui avantagio, che hessendo Imola gionla cum le montagne in le quale ce erano castelli nostri, et in una nocte ce potevano agiunger IO milia fanti tra la valle de Lamon, Faenza et Forlì, et nui che eramo sette milia col campo, ce ne sariamo venuti a la falda de la montagna, et cum il favore de esse montagne et de le terre non podevamo altro che vincere. Et non volendo nui far questo, li inimici feceno quella via de Lugo, como io diceva, et nui se spensemo verso Faenza perla strada romana, come era ragionevole ; et vedendo nui che li francesi podevano, prima de nui, andar a Ravena, qual era 20 milia soto la strada, fo il parer de tutti che Marco Antonio Colona mio nepote ce intrasse la note con le soe cento lanze et I Dinrii di M. Sanuto. — Tom. XIV. 500 fanti spagnoli, olirà che ce era dentro don Pe-tro da Castello cum cento cavali lizieri, et Lovse Dentici cum 1000 fanti italiani. Et cussi li francesi ando-rono verso Ravena el dì sequente, come nui dubitavamo, el nui se spensemo soto Forlì a quella volta ; et perchè Ravena sta fra due fiumi, benché l’uno et l’altro se squaza, el jovedì el campo francese se posse in mezo de li doi fiumi, e ’1 venerdì ce acostamo vicini 7 milia. El dicto venerdì li franeexi detero la bataglia, et li noslri se defl'ensorno mollo ben non senza grande danno de’ franeexi ; el havendo nui tal nova, el sabato se spinsimo ad allogiar vicini doi milia di Ravena a la vista del campo loro, ita che ora tra mezo nui et la terra, ben che era unde li doi fiumi in mezo. El essendo nui cussi vicini, io era di parere che la terra non se potesse perdere, perchè vedendo loro dar la bataglia, nui altri sempre li sariamo stali a le spalo, et pigliando loro la terra sariano stali roli per lo disordine, el per questo mi pareva che ci fortificassemo in quel loco, dove tutte le victualie ce erano secure a le spale et loro se morìano da fame. El conte Pietro Navaro vene (dire) al signor viceré che là avanti uno miglio era uno forte alogiamento, che subito ce andassemo ad alogiar; el partitose, el 94 signor viceré chiamò me et Io conte de Monte Lione, et me dise che volevano che andassemo subito a quello allogiamenlo. Io li risposi che tal allogia-menlo non se poteva far senza combalcre; che sua signoria ce pensasse ben stando tulio lo campo franeexe in arme, come lo stava. Me respose con colora, che voleva cusì, presente il conte de Monte Lione. Et cussi me ne andai desperato al paviglione; et s’el non fosse sialo per mancare al servilio de sua alleza, in tal tempo me ne andava in Napoli. In questo mezo se apresenlorno do squadroni de lanze francesi, et spinsero alcuni homini d’arme et cavalli lizieri ad alachare cum alcuni cavalli noslri, che erano de là dal fiume, et molti de li noslri, che erano tutti in arme, passorono di là ad aiutar li nostri, però cum tanto disordine che mi fu forza passare et retirare li nostri, che già se seguiva facto d’arme di là dal fiume cum nostro disavanta-gìo ; et questo ce tardò tanlo, che quella sera non potemo più levare il campo. Et tornando io de là, trovai lo marchexe da la Paluda; li disi la delibera-tion de! signor viceré, al quale ancora pareva male, escussi disi che almeno facesse eh’ el signor viceré cavalcasse la matina, una bora avanti zorno, sccrelo senza son di trombeta, aziò se trovassemo a l’alba in parte che volendo passar franeexi, nui li potesse-mo lenir el passo. El marchexe fo del parer mio et 12