— 91 - per un’ospitalità che si riserbava di scontare in quattrini sonanti. Ed essi ora, non appena sicuri di esser stati nuovamente giocati, si ritiraron sui loro monti mandando un ultimatum a re Nicola ed impedendo alle guarnigioni mon-. tenegrine di stabilirsi tra loro. insieme ai montanari furon quelli di fuori, semplici operai ed agitatori espatriati, che colsero appieno tutto il valore di questi giorni. Una signora di Scutari che ebbe a viverli come in esilio nel Montenegro mi diceva: — "Noi ascoltavamo ogni giorno verso il Tarabosh, nascostamente, come dei congiurati; e finche udimmo vivace il rombo del cannone, il nostro cuore si rallegrava malgrado i pericoli dei nostri parenti. Poi, quando una mattina improvvisamente quel rombo tacque e la gente del paese proruppe in strada sparando fucilate di gioia e rompendo bottiglie spumeggianti, noi ci rinchiudemmo tutti in una camera a singhiozzare in silenzio, perchè intendemmo che tutto era finito. Quell’angoscia non fu superata altro che quando si videro nella notte divampare lontane le fiamme dell’incendio appiccato dai montenegrini al nostro bazar, dopo averne portato via colle londre tutte le migliori ricchezze. Fu l’ultima rappresaglia dopo l’ordine di partire dato loro dall’Europa ". Così ci si accorgeva di avere una patria, nel pericolo e per il pericolo di perderla irrimediabilmente. Questa buona donna la quale certamente non s’interessava molto di politica esprimeva perciò abbastanza bene lo stato d'animo di tutti gli albanesi che avevan sperato vagamente in un avvenire migliore del loro paese e che se ne vedevan ora defraudati dall’ improvvisa tempesta balcanica. Stato d’animo che non sarebbe di per sè solo riuscito a valorizzare la preparazione nazionale albanese e a impedire che venisse frustrato da quest’imprevisto il sangue