tREFAZlONÉ vii La spedizione brillantemente fu condotta a termine, ma con ciò maggiormente il diritto di proprietà della Santa Sede sulla Puglia si afferma (vedi doc. 4 e 5). E difatti Clemente IV a Filippo di Santacroce, protontino barlettano, conferma i beni a lui ceduti dal Pontefice Alessando IV, tra cui si annoverano i casali e i castelli di Terlizzi, Tricarico, S. Eustachio, Corato, la terra di Canne, alcune case del fondaco di Barletta e le terre presso la porta di S. Leonardo (1265). Si arriva poi al tempo dei Vespri Siciliani e si nota già da questo momento che è sempre la Sicilia il pomo di discordia tra gli Angioini e gli Aragonesi. Il Pontefice aveva riconosciuto re di Sicilia Carlo II d’Angiò e poscia Roberto, ma essi erano rimasti re di quell’isola solo di nome e non di fatto, onde Roberto sin dal 1315 aveva ivi inviata una prima spedizione con il mandato di mettere l’assedio a Trapani. Una fiera malattia scoppiata nell’esercito costringeva il re a ritornare in Napoli. Intanto Nicola Pipino, fedele come il suo avo alla casa Angioina, avendo preso parte a tale spedizione con l’esercito Regio, aveva messo a disposizione somme ingenti per la guerra e di passaggio da Barletta (1317) aveva dato incarico al giudice Riccardo Pironti di Cerignola di prelevare once 1000 dai beni feudali, che possedeva in Barletta e nel Regno di Sicilia, per pagare 100 once alla chiesa di S. Maria Maggiore, allo scopo di suffragare l’anima del suo genitore, Giovanni, e per soddisfare ad altri impegni personali; re Roberto dovette in seguito apparecchiarsi ad altre spedizioni sempre in Sicilia, e, come Vicario Apostolico, dovette tenersi pronto contro Ludovico di Baviera che, dopo Enrico VII, veniva in Italia per ristabilire l’impero d’Occidente. Papa Giovanni XXII ne era stato informato e perciò aveva dato ordine che nelle chiese d’Italia e, specie in quelle alla sua dipendenza, si promulgasse l’atto di scomunica contro il re bavarese, affinchè non procedesse oltre nel suo proposito di usurpazione. Anche a Barletta, il 24 febbraio 1325, nella chiesa di S. Agostino, alla presenza del popolo e delle autorità civili e governative, per bocca del provinciale degli Eremitani: fra Matteo da Foggia, delegato della S. Sede, fu pronunziata la stessa pena canonica che dichiarava il re Ludovico ribelle e reo di vari eccessi contro la Chiesa Cattolica. Intanto l’altra spedizione di Sicilia aveva avuto luogo e Roberto ebbe a soffrire la perdita di Carlo suo figliuolo, duca di Calabria, che come lui tanto era amato dai Napoletani. Morto costui, non avendo altri eredi in linea maschile, prescelse a succedergli al trono Giovanna, figliuola di Carlo e sua nipote; e con matrimonio anticipato la congiunse con Andrea, figlio del re d’Ungheria, allo vato una indizione mal riportata, l’anno greco in uno o due punti erroneamente riferito, il valore di qualche moneta poco esattamente citata. Veramente i miei errori li dovrei addebitare agli autori che ho citato nella bibliografia del vocabolarietto, ma certamente la responsabilità è anche mia. Riconosca però lo Sthamer il sacrifizio che deve affrontare uno studioso, che è, nelle Puglie, lontano da biblioteche e dai primari centri di cultura. Non trovo che sconveniente la questione sollevata dallo stesso sulla velleità di pubblicare un Codice diplomatico barlettano, mentre si redige il Codice barese. La risposta io la rimetto agli studiosi del mio paese natale e, in nome loro, senza spirito di campanilismo, mi permetto di osservare che in casa propria ognuno è padrone della propria volontà e libertà. Del resto lo Sthamer la pensi come vuole. A chi scrive bastò l’incoraggiamento avuto da molti critici diplomatici italiani e dallo stesso Ministero della Educazione Nazionale, perchè continui nella via intrapresa. « E ciò fia suggel » con quel che segue.