CHERSO ED OSSERO SOTTO LA SERENISSIMA 55 del lutto spoglio di quel patrimonio di slabili che adesso varrebbero tanto di più. A lode dei conti e capitani veneti e dei loro collaboratori chersini, patrizi e popolo, pubblicherò qui, a memoria dei posteri, 1’ elenco dei beni posseduti per secoli e secoli dal comune nostro, fino a quel Iriste giugno 1797 in cui, fra lagrime e sangue, fu ammainato in piazza dallo stendardo il caro gonfalone di San Marco, a cui appena nel novembre del 1918 Viltorio Veneto sostituiva per sempre il tanto atteso e sospiralo tricolore; esso e le insegne della Dominante oggi, nella stessa piazza, garriscono superbe in un pari e vicendevole sentimento di amore e di ri-conoscenza. Ecco l’elenco; Isolotto di Levrera, Canidole grande e piccola, Oriule, Pa-lazzuolo e scogli vicini (in condominio con Ossero), Scoglielto Finale (Zaglava), fondi nella punta Gausa, a Ustrine, a Padova, a Cruschizza, a Puntagrassa, a Redi, a Lubenizze, a Mergo, a San Cosmo, in Pischio, a Squero, a Squero Vecchio, alla Riva Nuova, in Racizza, in Lucizza, stanze (tenute rurali) di San Lorenzo, di San Vito, di San Biagio, di Gelovizza, di San Pietro, con boschi e mandre d’ animali pecorini e bovini e relativi pascoli, lerreno presso le mura della città, una casa al Canal, palazzo Pretorio, Torre dell’ Orologio e botteghino, prigioni. Dal lungo studio delle carte antiche mi parve arguire che ai più dei cifladini era propria la tendenza ad un uso rigido del denaro pubblico, e questa parsimonia mi sembrò tirchieria quando era in contrasto col bene collettivo e col civile progresso dei comuni. Del resto è innegabile che la parsimonia, la temperanza, il risparmio, la frugalità e la laboriosità dei nostri isolani, è effetto della lunga e benefica dominazioue veneziana, e vi aggiungerò la religiosità, sebbene in alcuni periodi del nostro passato (fine del 400 e 700, principio del 500), essa, di pari passo col rilassamento dei costumi, fosse piuttosto formale e figurativa, e seguace del vecchio proverbio veneto „ un poco de messela e un poco de traverseta “. Anche in sul finire della repubblica, come a Venezia e così da noi, si era molto allegri e ignari del prossimo cataclisma. Ma pure in mezzo alla frivolezza e maldicenza, ai ciasseti e spasseti, Piero Soranzo, conte e capitano nostro (1773-1775) non mancava di ricordare in un proclama