nell’ Enchirìdion non compaiono in questa Povijesi ; lo smaccato nazionalismo della Geschichte ha perduto molto della sua irruenza. E l'opera, pur non essendo ancora un modello di serenità, ha guadagnato parecchio. Questo quanto a metodo e a tendenze politiche. Vediamo ora quali siano, per il periodo di cui trattiamo, le fonti della storia croata e come gli storici, prima ed ora, ne usino e ne abbiano usato. Come è noto, fonti croate per la storia croata quasi non esistono. Nè cronistiche nè documentarie1). Tutta la storia croata dell'alto medioevo bisogna ricercarla in cronache e documenti di popoli e paesi che con la Croazia ebbero dei contatti, e che questi contatti segnarono nelle loro storie o nelle loro carte. Prime, per numero e per importanza, le cronache e i documenti delle città romane della Dalmazia; seguono in ordine decrescente le fonti veneziane, le bizantine, le romane, le franche, le ungheresi, le normanne ecc. La mancanza di fonti nazionali, e la conseguente necessità di attingere a fonti straniere, avrebbe potuto, sotto certi aspetti, essere di grande giovamento alla ricerca della verità storica, in quanto che si sarebbero a priori evitate quelle esagerazioni e quelle ombre che, per esempio, sino a poco fa, deformavano ed oscuravano la storia di Venezia2). Ma ad un patto: che le fonti straniere fossero considerate non nel solo valore che possono avere per gli avvenimenti o le cose croate, ma ne fosse sviscerato il valore generale, fossero studiate in relazione all’ambiente che le produsse, fossero insomma riguardate nello spirito che anima il loro tutto, non in singoli morti frammenti ai quali poi si potesse conferire la vita che più piace. Gli storiografi croati si piacquero invece di lavorare su frammenti. Rintracciarono in tutte le possibili scritture ciò che più o meno parlasse di Croazia, di croati e di slavi, e con certosina pazienza composero dei centoni poco preoccupandosi di inquadrare nella storia generale e di accordare con lo spirito dei tempi gli avvenimenti da essi narrati. Così, per esempio, avvenne che ci volesse mezzo secolo prima che si riuscisse a stabilire che il « comes Amicus » di un documento zara-tino è il conte normanno Amico di Giovinazzo e non un qualunque « befreundeter Graf » ; così avviene che ancor oggi ci sia chi pretende che al principio del sec. IX la Chiesa dalmata non dipendesse da Costantinopoli. A prolungare questo modo di concepire e di fare la storia contribuì il modo come furono edite e presentate le fonti della storia croata più antica: i Documenta historiae Croaticae periodum antiquam illustrantia, editi a Zagabria nel 1877 a cura di Fr. Racki. Consideriamoli un poco, giacché ancora oggi formano il « Corpus » delle fonti della storia croata più antica e tuttora servono a tutti i lavori che intorno ad essa si vengono facendo. L’editore li ha divisi in tre sezioni : nella prima ha messo gli «Acta» (n.ri 1-143), nella seconda i «Rescripta et synodalia» (n.ri 144-162) e nella terza gli «Excerpta e scriptoribus» (n.ri 163-233). Il metodo seguito nella raccolta e nell'edizione dei testi contenuti nell’ultima parte è il seguente: da cronache bizantine, franche, veneziane ecc., l’editore ha cavato i passi che toccano di cose croate, ha attribuito loro un millesimo e li ha infine *) Fanno eccezione alcuni monumenti lapidari, il cui valore consiste principalmente nel sussidio che offrono a stabilire la genealogia dei dinasti croati. Furono pubblicati dallo stesso SlSIC nell’ Enchirìdion, pagg. 115-138. 2) Vedasi l’appendice critica della recente pregevole opera di R. CESSI, Venezia Ducale, I. Le origini, Padova, 1928, alla quale anche in seguito avremo occasione di richiamarci,