— 196 - P esempio della letteratura greca antica in generale e di Platone in particolare. Vi si citano alcune opere (cfr. p. es. p. 159) isolatamente e si ignora beatamente tutto il grosso della bibliografia platoniana e si crea così nel libro una lacuna che a colmarla ci vorrebbero ben pagine e pagine di citazioni. Difetti «tecnici» particolari poi si affacciano ad ogni passo. A pagina 10 p. es. tutto quell’elenco di pubblicazioni periodiche, che in lingue straniere escono nei Balcani, senza l’esatta indicazione del luogo di edizione dei singoli periodici è in contrasto non solo col «corpo stesso» dell’articolo che qua e là ha qualche indicazione locale, ma anche con altri articoli o elenchi che altrove (pag. 94) hanno segnati esattamente i vari luoghi di edizione. E visto che nella Bibliographie vige il principio di citare le opere nella loro forma originale, a pag. 14 (dove parlando di vecchie raccolte bibliografiche non si ricorda il Valentinelli !) si sarebbe dovuto citare in serbo — non in francese! — il vecchio libro di bibliografia del Novakovic. Alle omissioni collettive di opere riscontrate nel corso del lavoro o durante la correzione delle bozze si dovrebbe riparare con la semplice aggiunta delle varie voci ai loro debiti posti e non con prospettini schematici, come è stato fatto, p. es. per la Turchia (83), o per le opere italiane (ammassate senza nessun criterio !) concernenti le letterature balcaniche (115). E come è stata citata una voce, così dovrebbero essere citate tutte; sono quindi inescusabili certe omissioncelle (nome dell’editore, del traduttore — cfr. la brutta pag. 195 — numero delle pagine, indicazione del formato ecc.) che qua e là fanno capolino e stuonano fra tante voci trattate con tutto rigore bibliografico. Peccato « originale » di questa e di tutte le bibliografie sono le ormai inevitabili e croniche omissioni. Inutile quindi insistere qui su questo punto, tanto più, in quanto si tratta di un primo saggio, che, come sottolinea il suo autore, non ha la pretesa di esserne esente. Diremo solamente che tali omissioni si rendono più sensibili nel campo delle pubblicazioni italiane, le quali già di per sè lacunose, risultano così ancor più deficienti e ristrette. Cosi p. es. nel quadro delle pubblicazioni di letterature slave non sono ricordati tutti gli studi di G. Maver, E. Lo Gatto, F. Musoni, E. Damiani, A. Cronia ed altri. Fra le versioni di opere slave e rumene ne mancano pure parecchie e buona parte di quelle che sono ricordate non hanno tutte le indicazioni necessarie (cfr. p. 195). Nel piccolo gruppo linguistico mancano il Corso serbo-croato di A. FOLLADORE (Corso completo di lingua serbocroata, Modena, 1928); un opuscoletto di A. Missoni, (Manuale jugoslavo, Bari s. d. 1928?); le grammatiche slovene di F. KLEINMAYR (Grammatica della lingua slovena, Trieste, 1927, li ed.) e di G. TrINKO (Grammatica della lingua slovena ad uso delle scuole, Gorizia, 1930); il dizionarietto jugoslavo dello Svrljuga (Hivatslco-talijanski rjecnik, Talijansko-hrvatski rjecnik, Zagabria, 1927); tutte le grammatiche albanesi (V. LlBRANDI, Grammatica albanese, Milano, 1928, II ed. ; KOLE KAMSI, Manuale pratico della lingua albanese, Zara, 1930; A. LACALENDOLA, Grammatica della lingua albanese, Palo del Colle, 1930) ecc. Ma quello che è ancor più deplorevole a proposito di omissioni in genere, è l’assenza nell'indice analitico di autori che esistono pure nel corso dell’opera: cfr. E. Lo Gatto (sub. L) P. Kasandric (sub. K!) ecc. Inutili, ingombranti e prova di leggerezza e superficialità sono tutte quelle opere che con l’argomento non hanno nulla che fare. Tipica è l'inclusione costante di opere che concernono gli Slavi di Lusazia o Vendi, branca di slavi occidentali disseminati in Germania. L’autore evidentemente tratto in inganno dalla voce francese Serbe, Serbes, ha confuso questi Lusaziani coi Serbi balcanici e li ha compresi nella