— 339 — far frutto, si che li avresti detti impresari di teatro, che con piccol numero di comparse intendono rappresentare in iscena la guerra di Troia e le battaglie di Carlo XII, sicuri che il buon popolo batterà le mani dopo aver pagato alla porta (op. cit. nella parte ancora inedita). Dal diligente esame che il Gambarin fa della prima fase di queste trattative e dalle convincenti conclusioni che ne trae, risulta ancora una volta comprovato che su molti punti l’accordo tra il Mazzini e il Dalmata fu quasi completo. Sia il Mickiewicz, che era rimasto profondamente colpito dall'affinità delle proprie idee con quelle del Tommaseo leggendo il proclama che questi aveva indirizzato il 4 aprile ai popoli slavi, quanto il Dalmata, che aveva avuto occasione di conoscere l’apostolo della libertà polacca a Parigi nel '35, restandone vivamente preso e giudicando il suo Libro dei pellegrini polacchi di molto Superiore alle Paroles d’un croyant del Lamennais, che il Mazzini, oltre all’aver in comune l’aspirazione alla libertà dei popoli, illuminata dalla luce di un cristianesimo umanitario e liberale, si sentivano legati dalle comuni aspirazioni e dalla comune speranza sulle sorti della stirpe slava. A questo riguardo scrive il Gambarin : « Non è qui certo il luogo di fare una minuta esposizione del pensiero del dalmata sul problema slavo, pensiero che a me non sembra — sia detto di sfuggita e checché altri possa pensare — nè sempre costante, nè sempre limpido e coerente: ma in un’idea certo il Tommaseo fu sempre coerente e fu profeta: nel prevedere che il movimento, iniziatosi nel ’48, di trasformazione dell’Austria ed in parte dell’ Ungheria, doveva necessariamente condurre alla distruzione dell’ impero ». (pag. 330). Anche qui ci limiteremo ad accennare a questo problema cosi scottante, del resto da noi già altrove discusso. Negare che fluttuazioni e contraddizioni non si riscontrino nel pensiero di Niccolò Tommaseo sul problema slavo, è, certamente, impossibile. Tuttavia, queste ultime specialmente, sono molto meno frequenti di quanto non sembri credere il Gambarin. Soprattutto se esaminate alla luce di quello che fu chiamato il suo «abito illirico anti-austriaco», molte di esse si rivelano tali solo in apparenza, avendo certe sue affermazioni un troppo evidente fine pratico, o meglio, politico. Nell’idea predominante allora in Italia, dove si riponevano grandi speranze negli slavi per la parte che avrebbero potuto avere — e non l’ebbero — nel determinare il crollo dell’Austria, il Tommaseo trova quasi la spinta a certi atteggiamenti, a certe dichiarazioni, che se allora potevano apparire non soltanto naturali, ma opportune, solo alcuni anni più tardi apparvero a lui stesso superate, per non dire assurde addirittura. Dice molto bene, ma solo per la parte che qui ci interessa, il Randi nel suo saggio su Niccolò Tommaseo e la politica (« La Rivista Dalmatica », fase, dedicato a N. T., A. VII, pag. 85), che se nel 1860 «altri italiani puri avevano rinunciato formalmente alla Dalmazia, sarebbe stato, in fondo, naturale, plausibile e perdonabile, se il Tommaseo, italo-slavo, avesse aderito al nuovo programma di Zagabria che, approfittando delle incertezze e delle esitazioni degli altri competitori, rivendicava la Dalmazia, sulla base di un diritto storico..... Invece il Tommaseo, statista inetto, uomo politico negativo, decantato vate e scrittore jugoslavo, sentì quello che altri non capivano momentaneamente, che cioè bisognava sostenere ancora l’italianità della Dalmazia e guadagnar tempo». Del resto non è neanche necessario arrivare fino al 1860, per avere una mani-