- 105 - Per la genesi dell’i/no necessario, per l’animo con cui fu composto e gl’ intenti perseguiti importantissima è la lettera dal Rogacci diretta allo zio, Antonio Prini, pio e colto vescovo di Trebigne e Mercana e fecondo scrittore italiano. Bene ha fatto il P. Rosan a pubblicarla, togliendola dal-1’ oblio in cui giaceva nella Biblioteca dei Francescani di Ragusa, essendo il migliore commento al lavoro del Rogacci e un mezzo sicuro per penetrare nelle più intime pieghe di quell’animo solitamente chiuso e schivo di effusioni. « Non può facilmente immaginarsi V. S. III.ma, gli scrive il bravo Gesuita in data 31 luglio 1694, quanto soave pascolo mi riesca per l’anima il pensare e trattare di sì nobile ed amabile argomento. Massimamente che (per parlare confidentemente con Lei) ciò che scriverò per altri, voglio che prima sia scritto per me, e che mi serva per materia intorno alla quale totalmente occuparmi in questo estremo avanzo di vita, nel che provo un quasi assaggio di quella vita, che per mera bontà del Signore spero di dover godere nell’eternità: dove tutto il negozio e tutta la beatitudine dell’anima sarà vagheggiare e fruire il Sommo Bene». Nessun dualismo dunque tra la vita interiore del Nostro e il lavoro intrapreso: l’uomo e l’opera s’identificano; è per sè in primo luogo che egli scrive, e le proprie esperienze, gli ammaestramenti da lui profondamente vissuti e realizzati li offrirà al lettore. La chiusa della lettera è veramente bella per l’ardore mistico che vi trabocca: « V. S. 111.ma mi ottenga colle sue orazioni abilità a condurla bene a fine, e quel che più m’importa, di farne una copia del mio vivere, acciocché almeno in questi pochi anni, che mi rimangono d’esilio in terra, non viva per altro, nè pensi di altro, nè ami altro, che quel grande Iddio, per servire il quale sono stato unicamente creato, e il quale così indegnamente viene scordato dalla maggior parte delle creature, eh’ è una meraviglia e una compassione al pensarlo. O Monsignore mio carissimo, quando verrà quel tempo avventuroso, che congiunti insieme nella nostra vera patria ed uniti al nostro eterno Principio, vacabimus et videbimus, videbimus et vacabimus, et amabimus, et laudabimus, quod erit in fine sine fine ! ». Un’analisi particolareggiata dell’opera riesce difficile, perchè presuppone in chi la giudica una preparazione teologica profonda e vasta almeno quanto quella del Rogacci; noi perciò ci accontenteremo di sfiorarne sol-