- 226 — in diritto di richiedere è la sincerità della passione e la rettitudine del fine; e l’una e l’altra cosa ebbe indiscutibilmente il Tommaseo. Chè se le sue pagine rivelano talura gli scatti d’un’anima fremente di sdegno per quelli ch’egli giudicava ostacoli sulla via del bene, tutta la sua opera è ispirata da un alto fine educativo, e, ciò che più conta, tutta la sua vita è stata un esempio di nobile disinteresse, di sacrifizi accolti con gioia, di austera devozione al dovere». Nobilissime parole, alle quali fanno riscontro quelle dello stesso Tommaseo, che ci piace riportare qui, perchè siano meditate da quanti con tanta improntitudine osano intaccare la sua memoria : «Io dall’Italia non chiesi nè sperai mai nè onori nè lucri; gli onori proffertimi accettai per brev’ora, quand’erano pericoli e travagli, quand’erano dispendi e noie; appena diventassero agi e vantaggi, senza disdegno li ricusai, ma non senza gratitudine. Ciascuno ha i suoi gusti e capricci ; il mio è così fatto : io ho la voluttà del sacrifizio, ho l’orgoglio della povertà, l’ambizione della solitudine». (Il serio nel faceto, pag. 285-286). Tornando all’operetta del Battelli, rileviamo con piacere nell’introduzione le pagine in cui egli traccia un efficace profilo biografico del Nostro, analizza acutamente i pregi e le caratteristiche della sua arte e si augura che anche per lui suoni finalmente l’ora della giustizia, che Giuseppe Manni affrettava con tutto il cuore nella prefazione alla prima edizione delle poesie del Tommaseo. Il Battelli vorrà perdonarci se, dopo le lodi che il suo lavoro merita, gli muoviamo qualche appunto, di cui forse potrà giovarsi in un’altra edizione della sua antologia. Non v’è alcuna seria ragione per affermare com’egli fa nell’introduzione (pag. 9) che la famiglia del poeta, «avendo contratto parentela in Italia, aveva da tempo mutato la forma slava del nome Tomasew o Tomasich in quella italiana di Tommaseo ... Il Tommaseo stesso nel Secondo esilio, voi. I, pag. 22 (Milano 1862) aveva protestato contro tale fantasia, che purtroppo — ad onta della sua nessuna consistenza — fu calorosamente accolta dai critici croati, i quali vi trovarono un nuovo punto d’appoggio per sostenere spudoratamente lo slavismo del grande scrittore. Egli scriveva così in proposito: «Io mi son sempre chiamato Tommaseo; e così gli avi miei. Forse l’origine del nome è Tomassich; ma non l’ho mutato io per parere italiano: sebbene mia ava fosse di sangue italiano; la quale ebbe parte non piccola nell’educazione dell’animo mio». Nè mancano altre prove a favore dell’ italianità del suo cognome. La Rivista dalmatica nel numero unico pubblicato per il centenario della nascita del Nostro (Anno III, fase. Ili, Zara 1903), riprodusse l’albero genealogico della famiglia: non vi si trova alcuna traccia di qualche Tomassich. Ma nè le proteste del Tommaseo, nè la pubblicazione della Rivista dalmatica giovarono alla verità: la notizia della forma originaria slava del nome, quasi fosse un titolo d’onore per il Nostro, penetrò come un fatto acquisito dalla storia in varie opere (*) e persino nei manuali di letteratura per le scuole, p. e. in quello, del resto pregevolissimo, del (*) GUIDO DELLA Valle nella prefazione alla ristampa dell’ opera del Tommaseo Della Educazione — Desideri e saggi oratici (G. B. Paravia & C., Torino) è andato tant' oltre da scrivere a proposito del Nostro (pag. IV) : « Il grande patriota italiano non era nato italiano, ma slavo. Serbo-croati erano il padre, di cognome Tomasich, e la madre Caterina Chessevich ; austro-slava la terra natia, Sebenico, da cinque anni appena strappata alla mite signoria della Serenissima.....». Era impossibile inzeppare di più errori un periodo !