— 363 - può aver seguito? La Svetost Uresna è stata per lui l’wrootriQiy/j,a ascendenti ad maiora. Il diacono Maione era solo, poveretto, nel cielo degl’illustri croati della Dalmazia ; era solo, misero ed annoiato, ed il Barada s’è incaricato di dargli un compagno. Il metodo, la scuola e i sistemi sono naturalmente quelli della Svetost Uresna. Egli senza dubbio, da eccellente paleografo, avrà, come il Novak, fatto di tutto per trovare dei manoscritti con «lettere misteriose», ma poiché non ne spuntano ad ogni passo s è accontentato ed ha fermato la sua attenzione su un altro «documento di prima classe», com’egli lo chiama, una oscura e danneggiatissima iscrizione lapidaria spalatina del 1015-1030. Tutto era in essa « misterioso ». Con un po' di pazienza gli parve che ne avrebbe potuto cavare tutto quello che voleva. E ne ha cavato un Sedeh, un pseudovescovo croato, antagonista dei vescovi latini, un campione nazionale! La patria era servita, la gloria raggiunta ! Eh, ma ci vuol altro che a sorprendere noi. Abbiamo smascherato la finissima astuzia del Novak e immaginarsi quanto studio doveva bastarci a riconoscere gli espedienti del grossolano giocoliere da fiera. Quella iscrizione, conservata nel Museo archeologico di Spalato, è incisa tutto all’ingiro di un cippo reggistendardo, in 13 righe. Per poter darne la lettura che gli conveniva il Barada ha opportunamente ignorato tutte le più elementari norme metodologiche: 1) non ha cercato di riavvicinarla agli analoghi testi medioevali, 2) non ha fatto il preventivo studio delle lettere, 3) non si è curato di farsi la più elementare preparazione filologica e storica. Soltanto così è potuto arrivare allo scemo risultato del Sedeh. Il quale Sedeh è da lui rintracciato nella nona riga, che egli legge così : vir apostata Sedeh simula[bat]. La ricerca dei testi analoghi, intendiamo le leggende medioevali dell’apparizione della croce (nemmeno che si tratti di questo egli ha compreso!), avrebbe potuto condurlo a ricostruire quasi completamente i primi quattro versi che sono più importanti di quanto non creda e non gli convenga. Lo studio delle lettere avrebbe dovuto condurlo a constatare che nell’iscrizione la lettera h semplicemente (simply) non esiste. 11 versificatore ed il lapicida scrivono e incidono: oste, in luogo di hoste; abere, in luogo di habere. Quello che nella riga ottava il Barada legge hec è, a chi badi al contesto, un chiarissimo nec. Il suo Sedeh dunque, anche per un paleografo ed epigrafista totalmente ignaro di storia e di lingua, è per lo meno senza gambe. Ma diventa privo di tutto, e si trasforma in un vano e grottesco fantasma, non appena si tenga conto di tutta l’iscrizione e ci si riporti al momento storico