- 265 - la prima volta descrivere, oggetti mai da altri considerati. Molti sono tuttavia ancora i punti oscuri a proposito di questo o quell’ oggetto, dell’ uno o dell’ altro monumento. Lunghe e pazienti indagini occorrerà fare per risolvere problemi, anche essenziali, che ad essi si riferiscono. Molta luce dobbiamo ancora attendere dall’esame dei nostri antichi archivi, in questo riguardo ancora inesplorati, e molta dal raffronto con gli analoghi oggetti d’arte della nostra e delle altre regioni d’Italia. Anche per questo, anzi appunto per questo, il catalogo del Cecchelli giunge necessario ed opportuno. Perchè esso ha da servire non solo a informare scientificamente gli studiosi sul nostro patrimonio d’arte, ma ha da rappresentare ai ricercatori lo stato attuale delle conoscenze su questo patrimonio : la sua consistenza, il suo valore, gli studi e le ricerche che intorno ad ogni oggetto furono fatti, e i risultati che si raggiunsero. Intanto di questo lavoro dobbiamo andare fieri e superbi: giacché per esso Zara, quanto a ricchezze artistiche, degnamente si colloca accanto alle maggiori sorelle d’Italia. Non senza compiacimento, appena aperto il volume, leggiamo il nome della nostra città tra quelli di Aosta, Pisa, Urbino e Fiesole. G. Praga A. ANDRÉADÈS, Le montant du budget de i Empire Byzantin, in « Revue des études grecques », tomo XXXIV (1921), pp. 20-56. L’A., professore all’Università di Atene, si studia di stabilire l’ammontare del bilancio dell’ impero bizantino. Dati precisi in questo riguardo non ci sono stati tramandati. Per approssimazione, o in analogia col bilancio di altri imperi specie orientali del medioevo, il suddetto ammontare fu stabilito dal Paparrigopulos (Storia della nazione ellenica [in greco], t. Ili, pp. 49-50) in 640 milioni di franchi, moneta d’ allora, e da E. Stein (Studien zur Ceschichte des byzantinischen Reiches, vornehmlich unter den Kaisern Justinus II. and Tiberius, Stoccarda, 1919) in 105-120 milioni della stessa moneta. L’A. non crede all’esattezza nè dell’una nè dell’altra cifra. Normalmente egli indica come probabile la cifra di 150-200 milioni, certamente sorpassata sotto imperatori come Giustiniano o Emanuele Comneno. Assai interessanti per noi gli accenni e una nota (pag. 42, n. 3) in cui si discute il noto passo del Porfirogenito (De adm. imp. XXX) riguardante i tributi pagati dalle città di Dalmazia ai principi slavi. Interessanti, ma inesatti e lontani dal rappresentare il vero stato delle cose. Intanto non è vero che Basilio I nell’ 842 (sic I) promovesse un’intesa tra i principi slavi e le città dalmate per salvare queste ultime dalla minaccia saracena. Poi i 782 nomismi (soldi d’oro, bisanti, equivalenti ciascuno a 15 franchi oro) vennero regolarmente pagati sino all’882 dalle città di Spalato, Zara, Ragusa, Ossero, Arbe, Veglia e Traù allo stratego. In questo tempo, tornati i croati all’impero bizantino, l’imperatore, per stabilire buona armonia tra le città del thema dalmatico e i neo venuti principi croati, e per compensare questi ultimi, che per lo innanzi ritraevano utili non piccoli dall’ esercizio della pirateria a danno delle città dalmate, rinunciò al tributo, stabilendo che lo stratego ricevesse solo una inezia ({ÌQa%v vi) quale segno della sovranità imperiale, e i 782 nomismi si pagassero ai principi slavi. Non ci pare nemmeno esatta l’asserzione dell’A. che le città dalmate fossero state in questo tempo semi indipendenti, nè vediamo una possibilità di confronto, nemmeno nel campo finanziario, con l’Istria. La Dalmazia era un thema saldamente organizzato e direttamente dipendente da Costantinopoli, mentre le condizioni dell’ Istria potevano tutf al più essere quelle di Venezia. G. Praga