— 234 - il 1848 a Venezia, parte in casa e parte in carcere, in uno dunque dei momenti più drammatici della vita del Nostro, esse mostrano l’impronta più evidente della sincerità. L'autore sembra averle scritte senza preoccupazioni di pubblicità: il libretto si presenta privo di intenti letterari o polemici, spoglio di ogni speculazione filosofica o teologica, suggerito unicamente da un impulso sentimentale e religioso. Meglio che Meditazioni potremmo chiamarlo Colloqui col Cristo. È l’anima dell’autore che, in quegli istanti così gravi della sua vita pubblica, astraendo dal tumulto e dalle passioni del mondo circostante, si ripiega in silenzio su se stessa e meditando le pagine del Vangelo conversa coll’ Amico invisibile e presente, rivive in umiltà i suoi atti e le sue parole ed effonde la piena dei sentimenti nella forma di preghiera, di inno, di esortazione. Perciò l’intonazione di molti brani è prevalentemente lirica; e vere e soavissime liriche religiose — pur mancando di ritmo — potrebbero considerarsi alcune di queste Meditazioni, sgorgate come zampilli di acqua purissima, nei momenti di serenità e raccoglimento da quel suo animo così spesso inquieto e corrucciato. Citiamo a caso: « O dolce lume del sole, o dolce colore del cielo e dei campi, o soave suono del vento tra i rami, o soave armonia delle acque a lento passo scendenti per la campagna, in voi Gesù si compiacque ! Parlateci di Gesù ! » (cap. XIV). « Destati o anima I II sole della verità e dell’ amore percuote con dolce forza gli occhi tuoi: non li chiudere, chè non potresti, o misera, senza pena... Oh Signore, noi non sappiamo il quando voi sarete per rivelarvi a noi nella gioia, il quando sarete per rivelarvi a noi nel dolore, il quando sarete per rivelarvi a noi nella morte. Il tempo è il grande mistero che circonda la vita, e, quasi velo dipinto da colori vari, ci nasconde quell’altro mistero, l’eternità. Venite a noi, o Signore, nella misericordia vostra: venite che v’invochiamo coll’anima sommessamente desiderosa, piena di fiducia e di trepidazione, così come porta l’amore » (cap. XXIV). Sembra di risentire l’eco e la musica interiore di alcune delle più belle poesie del Dalmata. Altre volte il poeta innamorato della natura prende il sopravvento nella rappresentazione di un fatto religioso e allora ne escono quadretti mirabili per la sobrietà di tinte, per la semplicità e purezza d’eloquio e l’assenza di quegli artifiz-i formali, che rendono alle volte la prosa del Tommaseo, nello sforzo di raggiungere la massima capacità espressiva, troppo ricercata e contorta. Ecco la predicazione del Battista : « Come quando la neve si scioglie, là, dov’ era squallore, germogliano innumerevoli vite d’erbe e di fiori, e canti d'uccelli si sentono lungo Tacque; cosi nella solitudine, ai suono della tua voce, o Giovanni, accorrono liete e pensose le genti, e vecchi condotti per man da fanciulli, e vedove canute e giovanette nel fiore della speranza. La voce del Battista è come un soffio di primavera, che strugge il ghiaccio dei cuori e ravviva da ogni parte la vita.....Correvano a lui come a festa : perchè la voce severa, quand’esce dal cuore, giunge desiderata; perchè gli uomini, annoiati del godere, anelano all’abnegazione, come uccello sitibondo, volante per lungo tratto, anela a una gocciola d’aqua viva». (Cap. III). Altri brani hanno carattere narrativo: si direbbe che l’autore, timido e pudibondo dinanzi alla grandezza dell’argomento, esitasse di aggiungere qualcosa di proprio alle bellezze del testo evangelico; e allora nella sua umiltà si accontenta della riproduzione pura e semplice del fatto narrato, oppure ne fa una parafrasi (ma con quale finissimo intuito d’artista!) conchiudendo con un’affettuosa e savia ammonizione in cui brilla l’austera luce dell’Evangelo. In queste poi, che sono sì frequenti, si manifesta appieno il suo animo di educatore cristiano, intento sempre