— 193 — proprio i Serbi i quali con Obradovié prima e con Karadzié poi gettarono le basi della loro letteratura moderna senza curare nemmeno quelle « italianate » dei loro avi di Dalmazia che riuscivano loro così poco comprensibili e simpatiche. Prova consimile ce la dànno gli Sloveni e persino i Croati stessi con Lj. Gaj, il « padre » del loro risorgimento, il quale a ben altre fonti e Muse era ricorso. Mi pare, quindi, che i termini estremi delle argomentazioni del prof. Deanovic siano errati qui come altrove. Saremmo tentati di citare ancora qualche particolarità un po' strana nel lavoro del Deanovic, là dove, per esempio (p. 10) tace l’odio che l’umanista Cerva aveva per lo slavo (stribiligo illyrica) col dire che egli sprezzava tutto ciò che non fosse latino o greco, là dove (p. 11) avvicina il Marulo, già « riformato » a modo suo, come vedemmo, ad « alcuni umanisti italiani » e non s’accorge che egli è un tipico apologista del rinascimento cristiano d’Italia (cfr. Lo Parco in « Archivio storico per la Dalmazia » XI, 30 e in genere V. ZOBUGHIN, Storia del rinascimento cristiano in Italia, Milano, 1924), là dove (p. 16) parla di « analogie » e non di identità che esistevano fra la vita intellettuale delle città dalmate e quella dell’ Italia, là dove (p. 18) assegna il primo dramma epitalamico raguseo alla fine anziché al principio del secolo XVI, là dove (p. 2\) dimentica una seconda versione italiana dell’ « Osman » del Gondola, quella cioè del Giaxich del 1827, là dove (p. 14) fa nascere il poetuncolo Marsich nella stessa città dell’Albioni ecc. ecc., ma si tratta per lo più di piccole inavvertenze — purché, come nel caso del Cerva, non c’ entri la malizia — che non meritano certo attenzione speciale. Se mai, potremmo aggiungere che il quadro degl'influssi italiani — oltre che con 1’ aggiunta di singoli particolari sfuggiti all’ a. (le opere e le figure del Baracovich, del Cavagnini ecc. ecc.) — sarebbe riuscito più completo ancora, se 1’ a. avesse prese in considerazione anche le note ed i motivi italiani della sua letteratura (dal Vetrani al Cacich), e sopra tutto se, data la sua cultura linguistica e dato il titolo del suo lavoro (« Les influences italiénnes... » e non « les infl. littéraires... ») egli avesse illustralo anche gli interessantissimi e significativissimi influssi della lingua italiana — e la lingua è mezzo ed espressione d’arte — nella suddetta letteratura. Esempio caratteristico : Ijubav, sostantivo di genere femminile, che nelle poesie di fattura italiana del Menze e del Darsa, diventa sostantivo di genere maschile come in italiano! A siffatte considerazioni gli sarebbe valsa di ispirazione, oltre che gli studi del Bertoni e di altri, la prolusione di B. E. Vidos, La forza di espansione della lingua italiana (Nijemegen-Utrecht. 1932), anche se in ciò che concerne le lingue slave è deficente nei criteri generali e nelle documentazioni particolari. Naturalmente con ciò 1’ efficenza e la superegemonia degli influssi italiani nell’antica letteratura slava di Dalmazia sarebbero emerse di più nella loro interezza e nella loro vera luce. L’ a. invece, da quanto risulta dal riassunto del lavoro suo e dalle nostre contestazioni, pur facendo la storia degl’influssi italiani nell’antica letteratura jugoslava del Littorale adriatico, e pur non potendo o non volendo sottrarsi a certe verità incontestabili, ha voluto fare indirettamente, ma deliberatamente una nuova, come il Torborina, «apologia prò litteris ragusanis «. E noi rispettiamo la sua apologia», ma rivendichiamo con franchezza il diritto dell’« unicuique suum ■>. Arturo Croma 14