- 294 - per viltà del comandante della nave che ricondusse il Palffy a Trieste, del tentativo fatto con troppa leggerezza dai Veneziani di richiamare le navi da guerra stazionanti a Pola, privando così l’Austria del potente ausilio delle sue forze di mare. Solo se questo fosse avvenuto, Trieste che s’era di recente (nel’46 in occasione di una visita di Cesare Cantù e dell’inaugurazione del tronco ferroviario che congiungeva la città delle lagune alla terraferma) affratellata con Venezia «con una di quelle visite che sono rappresentazioni tra sceniche e gastronomiche, succedute alle accademie e ai giuochi del pallone», e dopo il 17 marzo «pareva riscossa a vita italiana», avrebbe forse, sotto la minaccia ai suoi approdi della flotta di Venezia, fatto causa comune con la rivoluzione, perchè, afferma il Tommaseo con tagliente critica ed epigrammatica concentrazione di linguaggio, «delle diverse schiatte di quella baracca recente nessuna era tale da voler cimentarsi per l’Austria; gli Austriaci, o mercanti cioè cauti, o impiegati cioè pecore, e già naturalmente mogi come Austriaci: gli Slavi, parte non curanti ed ignari, parte imbevuti d’un qualche spirito libero dalle memorie antiche e nuove di Serbia, dal sospetto della crudele superbia magiara e dagli scritti e dagli atti della Croazia intellettualmente riscossa: i Greci, senz’altre Termopile che la Borsa; nemici essi nel nome latino, e credenti nella Russia come in potestà procedente dal Padre; meno amati e meno autorevoli degli Ebrei; gli Ebrei, o rannicchiati in sè o amici al nuovo per 1’ esperienza penosa degl’ ineffabili secolari dispregi : gli uomini di nazioni europee meno schiave, propensi all' Italia quanto la mercatura concedesse. Maggiori in numero gl’ Italiani, rispetto alle altre schiatte ciascheduna da sè, e più naturali al suolo ed al cielo, siccome quelli il cui linguaggio predominava, e più colti; dappoiché una colonia d’uomini d'ingegno s’era da più di dieci anni posta quivi, (allude all’Orlandini, al Dall’Ongaro, al Gazzoletti ecc.). e portato l’integramento delle lettere italiane più eleganti e più calde.....» (pp. 103-105) Ecco chiusa in un quadro unico, forte e preciso nella distribuzione dei piani delle luci delle ombre, la composita società di Trieste quale si presentava in quegli anni. Anche qui è affermato dal Tommaseo il predominio degli Italiani nel campo culturale, e anche rispetto al numero in rapporto ad ognuno degli altri elementi presi a sè. Perchè tuttavia non resti ombra sulla generosa città, che per tanti anni stette a capo del movimento irredentista delle nostre terre, vogliamo aggiungere un altro giudizio del Tommaseo, che non lascia dubbi sulla considerazione in che egli teneva il vero popolo di Trieste. Dalla Nota 276 (che miniera ineusauribile e preziosa queste note del Prunasl), dove sono citati alcuni passi della Raccolta Andreola, apprendiamo che alle manifestazioni di gioia del Triestini alla notizia della rivoluzione di Venezia, seguì una violenta reazione da parte del partito retrogrado, « debole per numero, ma forte di perfidia e d’oro», il quale «si cinse l’abito di buon cittadino, di onesto commerciante, e gridò a tutta gola (chè nel rumore sperava potenza) gl’ interessi di Trieste minacciati, il suo commercio rovinato, la sua ricchezza perduta.... Tolse la infima plebe, la feccia del volgo, dalle bettole e dai lupanari, la comperò, l’accarezzò, l’ubbriacò, poi la gettò come iene pella città, e, dove vedete, le dissero, coccarde che non siano austriache, strappatele, insultatele, percuotete, sarete impuniti e pagati', e quelle belve ubbriache e cieche strapparono coccarde tricolori, italiane, francesi, alemanne. Allora quel partito si riposò gloriosamente, dicendo: Ecco come la pensa il popolo di Trieste. E un popolo ottimo e nobile fu maledetto e vilipeso da tutti ». È in quest* ultima espressione che, attraverso le apparenze capziose dei fatti esteriori, il Tommaseo, arriva veramente alla verità: popolo ottimo e nobile, questo sì fu ed è il popolo di Trieste.