— 180 — di Giovanni Naie, del Brueioli, dell’Aretino, di Giovanni Gondola, del Vettori o dei Beccadelli, del Nascimbeni o del Serdonati. Quanto mai nuovo è tutto quel materiale che è stato raccolto nella Palatina di Parma e che è servito all’ illustrazione del Beccadelli e del suo petrarchismo. Sicché anche dallo studio di singoli personaggi trapela più o meno vagamente l’orientamento di certe influenze letterarie. Non sia infine scordato che lo strappo che il T. ha saputo fare ai vecchi studi di metrica ragusea, per esempio a quello del Medini pubblicato nel v. 153 del «Rad» di Zagabria, è certo considerevole, specialmente per il suo avvicinamento alla metrica italiana. Naturalmente, pur condividendo in massima le opinioni del T., ci sono dei casi in cui dissentiamo da lui formalmente. Per esempio, pur trovando simpatici ed attraenti i suoi quadretti speciali sulle relazioni culturali fra Ragusa e l’Italia, ci pare che la loro illustrazione sarebbe riuscita di gran lunga più efficace se le loro poche « figure principali » fossero state coronate, sia pur fugacemente, a titolo di documentazione, da una ricca costellazione di figure e fatti, diciamoli pure, minori. Per esempio, per il primo periodo cinquecentesco il mio studio sulle Relazioni culturali ira Ragusa e /’ Italia negli anni 1358-1526, apparso nel primo volume di questi Atti, avrebbe potuto porgergli esauriente materiale di « rifornimento » e per i successivi periodi la prefazione di Fr. Racki all’ opera di S. M. Bobali (« Stari Pisci », v. Vili, p. XVII) sarebbe stata pure buona fonte d’ispirazione. Ma il T. non solo non ha consultato le suddette opere, ma non le ha nemmeno conosciute. Per altro il T. stesso nel corso del lavoro si deve essere accorto della frammentarietà, forse anche eccessiva, delle sue ripartizioni e nel cap. Ili ha tracciato un quadro ben più ricco nell’ essenziale e nel particolare. E questo appunto il suo quadro più vivace e più aderente alla realtà. In quanto poi allo studio delle fonti ed al loro raffronto con i testi serbocroati, abbiamo detto che è stato fatto bene. Ma è sempre lavoro — o genere di lavoro — ingrato che lascia molto a dire, ridire, correggere, completare. Special-mente trattandosi di quel ginepraio e di quella matassa ingarbugliata che è il petrarchismo e che i migliori petrarchisti o comparatisti — come ha dimostrato l’ultimo Congresso di Arezzo — non sono sempre riusciti a dipanare e superare felicemente. Della facilità con cui si può scambiare — e si è scambiata — la poesia genuina del Petrarca con tutta una valanga di poesia petrarchesca e petrarcheggiante, ci parla il libro di J. Vianey, « Le pétrarquisme en France au XVI siècle » (e vi si parla anche delle poesie italiane del Ragnina), ci parla pure H. Hauvette in « Les Poésies lyriques de Petrarque » (Parigi, 1931), A. Meozzi in « Il petrarchismo europeo » (Pisa, 1934), e la recente pubblicazione polacca di M. Brahmer, « Petrarkizm w poezji polskiej XVI wieku » (Cracovia, 1927). Ci parla pure il libro del Torbarina e ciò non solo con riguardo speciale al Petrarca, ma in genere a proposito di tutti gli influssi letterari. Basti dire che nello studio sul Ragnina il Torbarina ha notato influssi o riflessi (seguo l’ordine delle poesie del Ragnina nella edizione di « Stari Pisci », voi. XVIII) di B. Tasso, del Petrarca, di Bernardo Cappello, di Galeazzo di Tarsia, dell’Alamanni, del Bembo, del Tansillo, del Serafino, del Poliziano, di Angelo di Costanzo, di Bartolomeo Cavassico, Giovanni della Casa, Olimpo, da Sassoferrato e del Tebaldeo, mentre il Kombol nel suo studio consimile ha notato punti di contatto col Bembo, col Petrarca, con la stessa poesia italiana del Ragnina, coll’ Ariosto (versioni 1), col Serafino, col Sassoferrato, con Giovanni Guiduccioni (versione !), con Marcantonio Magno di Santa Severina, col Poliziano, col Tebaldeo, con Giovanni Mazzarello, col Sannazzaro (versione 1), con il Fracastoro, il Magnifico, il Boiardo, Lodovico Corfini,