— 357 — Il Barada ha finito. Noi no. Perchè dobbiamo proprio completare la figura del Barada e dei suoi soci, perchè dobbiamo ancor più luminosamente mostrare al pubblico italiano, jugoslavo e di tutto il mondo chi siano codeste grandezze che pretendono mettere le mani sulla storia luminosamente italiana della Dalmazia e quali siano i metodi da essi adoperati per impadronirsene e falsificarla. Mostreremo che, se non siamo delle grandezze, siamo certamente dei giganti al cospetto di questi nanerottoli strillanti, intriganti e ignoranti, e che la nostra pochezza basta a smascherarli e a svergognarli. Mostreremo di essere degli onesti al cospetto di questi bari e fabbricatori di fole. Mostreremo che la nostra opera serve non solo la giusta causa della italianità della Dalmazia, ma quella della scienza e quella anche dell’onore della Jugoslavia, compromesso dai sistemi e dall’ignoranza di questi messeri. * * * Tutte le fitte 17 pagine in 8° grande che il Barada ha stampato nella pubblicazione ufficiale dell'Università di Zagabria contro il nostro Scriptorium si presentano e vogliono essere una ritorsione dei giudizi sfavorevoli che avremmo pronunciato contro il Novak. «Al dott. V. Novak — scrive egli subito da principio — per il fatto che ha accertato che il diacono spalatino Maione conosceva il croato, rimprovera pseudoerudizione», e poi questo termine di pseudoerudizione è quasi ad ogni pagina rimesso in campo e costituisce quasi sempre il motivo dominante delle ironie baradiane. Difatti noi a pag. 74, dopo aver stabilito che l’accento nella beneventana dalmatica è regolarmente usato sulle parole straniere, tra le quali parole straniere sono da comprendersi anche i nomi propri slavi, abbiamo osservato in nota : « I pretesi influssi slavi negli scrittoi delle città latine della Dalmazia e la conoscenza dello slavo da parte dello scriba spalatino diacono Maione, su cui tanto e con tanta compiacenza il Novak s'indugia, non sono che fantasie ammantate di una pseudoerudizione che sugli eruditi veri non può fare nessunissima presa». Se il Barada crede che noi si segua il suo sistema di trinciare giudizi a vuoto, di affermare o negare credendo che basti un « così è » o un « così non è » per risolvere i problemi, si culla nella più ingenua delle illusioni. Quando noi abbiamo scritto quelle parole, sapevamo quello che dicevamo. Siamo stati moderatissimi, temperatissimi ed educatissimi. Avremmo potuto in altre dieci righe rivelare tutto l’indecoroso gioco di una tentata slavizzazione della italianissima beneventana dalmatica, avremmo potuto togliere ogni riputazione al Novak, alla sua dottrina e alla sua Scriptum, e gettare a piene mani il ridicolo sugli studi paleografici jugoslavi. Non lo facemmo. Non lo facemmo