— 238 — quella italiana e latina. Da principio si trattava di lavori di carattere puramente storico o filologico, i cui autori, partendo da un’ ammirazione cieca per tutto ciò che era raguseo e slavo, miravano principalmente a raccogliere e sistemare il vasto materiale scoperto negli archivi e nelle biblioteche private (Ljubic, Kukuljevió-Sakcinski, Jagic ed altri). Ma ben presto cominciò a presentarsi agli studiosi il grave problema di una valutazione estetica più seria di tali opere. Come dovevano giudicarsi quella lirica, quei poemi e drammi (sintomatica l’assenza della prosai), che nella grande maggioranza sotto la vernice idiomatica slava a gran stento nascondevano riproduzioni più o meno libere di opere italiane contemporanee? In qual modo poteva giustificarsi il valore letterario e nazionale di tale fioritura? Questo il punto cruciale di quasi tutti gli storici e critici della letteratura slava di Ragusa, i quali — special-mente se esperti delle letterature occidentali — da un lato non potevano negare la strettissima dipendenza di questa produzione dalla letteratura italiana della Penisola, dall'altro, spinti dal loro nazionalismo, sentivano il bisogno di salvarne a tutti i costi 1’ originalità e il carattere slavo. Nella schiera numerosa non mancò qualche critico indipendente, come A. Pavié, che dotato di buon gusto e di fine criterio, negò coraggiosamente ogni valore artistico e nazionale a quasi tutte le opere slave della repubblica. Ma nella gran maggioranza « perdurò l’idealismo patriottico del romanticismo, accompagnato da fredda rielaborazione filologica e da prona accettazione di vecchi apprezzamenti estetici » (pag, 14). Assai interessante ed istruttivo seguire nello studio del prof. Cronia queste oscillazioni e incertezze di giudizio e di metodo nelle opere sulla letteratura ragusea. Competente come pochi da noi in tale materia, egli passa in rassegna ed analizza in primo luogo tutta la ricca produzione storico-critica dei Croati e Serbi, poi anche quella boema, russa e tedesca, dagli inizi dell’Ottocento sino ad oggi, notandone oggettivamente le caratteristiche, le deficienze e i pregi. Il quadro, che egli ci presenta, risulta quanto mai vario: da un lato l’autore vi riscontra l’avvicendarsi delle varie tendenze della critica europea, romantica, positivista, idealistica, alle quali gli studiosi jugoslavi vanno debitori di molto; dall’altra la preoccupazione costante di assicurare alla produzione ragusea una posizione privilegiata nella storia delle lettere slave e di accentuarne i valori nazionali ed estetici. Ma il bilancio di questo lavoro quasi secolare, viziato fondamentalmente da tendenze nazionalistiche, non sembra confortante, a giudicare almeno dal recente movimento revisionistico, promosso con grande franchezza dai critici della nuova generazione (A. Barac, A. Haler, J. Torbarina, M. Kombol). Infatti, mentre per le principali letterature europee (e per la stessa letteratura della Croazia e della Serbia), grazie al lavorio critico delle precedenti generazioni i giudizi fondamentali sui singoli autori sono ormai fissati, almeno in linea generale; per la letteratura di Ragusa il malcontento dei nuovi critici per gli apprezzamenti encomiastici tramandati dal passato, la loro ricerca di nuove vie dimostrano che siamo ancor lontani da un vero approfondimento nella valutazione estetica. Resta certamente il lavoro storico ed erudito, che è senza dubbio considerevole; ma anche in questo campo, secondo il nostro modo di vedere, si riscontrano due lacune: quella di aver trascurato la parte italiana e latina della produzione di Ragusa, che fu studiata solo da pochi, in sottordine e imperfettamente (cfr. i lavori di Q. Korblkr e le recensioni in « Atti e Memorie della Società dalm. di st. patria » voi. I, pag. 239,249 e sgg.), mentre essa forma un unico complesso colla produzione slava e ne è parte integrante; e la scarsità di approfonditi studi comparativi colla letteratura