- 184 — (L’Italia nella letteratura francese », 1905), alla Torbarina (op. cit. nella recensione precedente), alla Maver (« I contatti letterari della Polonia con le nazioni occidentali », Ginevra, 1932) e sinanco e in parte alla Meozzi (« Azione e diffusione della letteratura italiana in Europa», 1932; «Il petrarchismo europeo», 1934) ecc. ecc., siamo convinti che una tale illustrazione sarebbe riuscita di gran lunga più efficace e più attraente. L’ autore anzitutto avrebbe così soppressa la ripartizione della materia per « generi » e si sarebbe attenuto a criteri puramente cronologici e ideologici per la presentazione dei momenti e degli aspetti più caratteristici. Inoltre avrebbe potuto rivolgere maggiore attenzione alla qualità e non alla quantità dei singoli influssi, alle idee e non agli uomini, all' azione loro, estetica da un lato e culturale dall’ altro, e non alla forma esteriore ed al loro genere letterario. Parlando poi di singoli influssi, avrebbe potuto cogliere l’azione che essi esercitarono o non esercitarono sulle tendenze, sui gusti, sulla civiltà del nuovo ambiente — illustrato alla luce delle sue relazioni con l’altra sponda — e non sulla semplice mimesi letteraria degli scrittori. E di questa azione avrebbe potuto precisare quanto di intimo e di fecondo o quanto di superficiale e di artificiale essa ebbe, quanto fu o non fu trasformata dallo spirito «nazionale» (confrontare, per esempio, giacché l'a. parla non di Dalmazia, ma di « Littoral adriatique », la civiltà dei Croati di Dalmazia e dei Croati del così detto Littorale croato!) e quanto e come fu o non fu assimilata dall’individualità dei singoli scrittori. Agendo così, per esempio, avrebbe potuto mettere in evidenza non la serie o le nidiate cronologiche dei petrarchisti slavi, ma da un lato gli effetti benefici che il petrarchismo ebbe in genere sull’eleganza e sull’elevatezza formale dell’antica poesia slava di Dalmazia, e dall’ altro lato gli effetti deleteri che esso ebbe sulle sorti di tutta la letteratura slava di Dalmazia imponendo un mondo galante, cortigianesco, amoroso, raffinato, che ormai era maniera, che non aveva nessuna corrispondenza nella società — e la sua maturità spirituale pure doveva essere illustrata — nella quale veniva trapiantato e a cui quindi insinuava quella sterilità e quel convenzionalismo mimetico che fu la rovina sua. E parlando di petrarchismo avrebbe inteso il bisogno di chiarire in genere tutti quei dubbi sull’ interpretazione degli influssi comuni e degl’influssi particolari, sulla questione delle traduzioni, delle reminiscenze ecc., che le ultime pubblicazioni di Kombol e di Torbarina sollevarono. E continuando così avrebbe scartato parecchi fatti e fattori secondari e avrebbe concentrata l’attenzione su uno schermo, su cui sarebbero apparsi nella loro interezza e nella loro vera luce le idee e le personalità più espressive, più appariscenti, direi, più sintetiche. Per esempio, per la Controriforma, che l’a. intese e curò pochissimo, sarebbe bastato magistralmente il solo Gondola I E fissate e illustrate le idee e le personalità emergenti, l’a. avrebbe potuto raccogliere ai loro piedi, a mo’ di ornamento e di documentazione, anche la solita congerie di accessori. Avremmo avuto così un’esposizione di monumenti espressivi con ricche decorazioni, anzi che una collezione di monotoni bassorilievi e di mosaici opachi. E sarebbero stati monumenti tanto di idee che di uomini. In ogni caso, in un modo o nell’altro, sotto una luce o sotto un’altra, i risultati, che il prof. Deanovic ci porge, sono i seguenti. Quando gli Slavi arrivarono nel ♦ sud-est» d’Europa, fino al mare, all’alba del < VII » secolo, cominciò nelle città e sulla «costa orientale dell’Adriatico» la simbiosi tra la vecchia popolazione romana ed i neovenuti. Spintisi all’Occidente in cerca di mare e sceltasi la loro nuova sede, gli Slavi incominciarono ad assimilare la civiltà mediterranea ed allargarono così il loro orizzonte spirituale, dando libero corso alle loro « qualità particolari », cioè ap-