— 253 — pero mai. È una catena che con anelli ininterrotti si snoda salda e continua dai tempi del Petrarca sino ai giorni nostri. L’aver ricordato e valutato queste benemerenze della cultura italiana, l’averne messo in luce tutta la grande portata, sì che alla nostra gente ne deriva un vero primato, aggiunge ai meriti di studioso del Cronia un nuovo titolo. Titolo che va soprattutto rilevato in sede di studi dalmatici, in quanto è appunto da uomini di Dalmazia, o agenti in terre dalmate, che in questo genere di studi fu dato l’apporto maggiore. Dagli umanisti del quattro e cinquecento, ai missionari della Controriforma, agl’ innamorati settecenteschi delle teorie dello « stato di natura », agli ideologi prequarantotteschi, ai moderni filologi ed eruditi, è tutto uno stuolo di dalmati che con intelligenza ed amore faticò a dissodare quella vigna dove oggi il manipolo degli slavisti italiani lavora con tanto valore. Riassumere, o rendere paratamente conto dell’opera del Cronia, è impossibile. Sono 133 pagine di rapidissima sintesi, accompagnate da 398 dense note dove con bibliografica precisione sono elencate molte migliaia di opere costituenti il più e il meglio del plurisecolare lavoro italiano nel campo degli studi slavi. Facile in questo genere di lavori indicare imprecisioni ed errori di stampa (l’ed. del Priboevo del 1532, pag. 18; Aldo Manuzio, pag. 21; l’ed. del «De Regno» del Lucio del 1666, pag. 29; la cronaca del prete di Dioclea, opera latina di un prete latino della diocesi di Antivari, tradotta in slavo nel tre o quattrocento e ritradotta in latino dal Marulo verso il 1510, pag. 29; l’Almerigotti, zaratino, pag. 34). Più facile ancora sarebbe indicare omissioni, se il Cronia ripetutamente non avvertisse di non aver voluto nè potuto essere completo e se spesso dalla lettura dell’ opera non si ritraesse la precisa sensazione che egli non utilizzi tutto il materiale dottamente e tenacemente raccolto. Avremmo tuttavia desiderato che egli si soffermasse sulla famosa polemica sul luogo natale di S. Girolamo, agitatasi ai primi del cinquecento, che diede occasione agli eruditi italiani di far mostra di tutto il loro sapere slavo; avremmo amato che egli, per quanto non in tutto aderente al genere storico-letterario, menzionasse l’opera della coronelliana Accademia degli Argonauti di Venezia che tanto contribuì alla conoscenza, non solo geografica, dei paesi e dei popoli slavi e che tanto fece per l’organizzazione della marineria russa nel sei e settecento; avremmo infine amato che in maggior luce fosse posta la funzione di Venezia che per tutto il cinquecento fu con l’opera dei suoi tipografi, correttori e librai il più vivo e spesso l’unico centro di allestimento e smistamento del libro slavo. Ma quanti fatti nuovi, quanta originalità di apprezzamenti, e soprattutto quale organico e unitario disegno, compensano le poche lacune! Il libro è tutto costruito con ansiosa cura di illustrare un aspetto interessantissimo delle tradizioni della cultura italiana. 1 dati prodotti raggiungono questo intento ad abundantiam e fanno sentire ai nostri slavisti, di oggi e di domani, la loro missione e la loro responsabilità. G. Praga Iapigia, Rivista di archeologia, storia ed arte, a. IV, fase. IV, Bari, 1933-XII, pp. 328-452. Piuttosto che tra gli « Spogli di periodici » ci piace parlare un po’ ampiamente tra le « Recensioni » di questo organico e importante fascicolo della bella rivista pugliese, tutto dedicato all’ Adriatico e comprendente gli otto discorsi pronunziati nelle aule