— 210 — per rintracciare e stabilire gli originali delle copie slave, e dopo aver confrontato varie lezioni italiane colla rispettiva versione slava, riga per riga, parola per parola, annotando ogni differenza, ogni anomalia, egli è passato alla parte principale del suo lavoro, allo studio linguistico del testo e, valendosi a titolo di confronto e di controllo di tutti i consimili monumenti ragusei dell’epoca, è riuscito a dare un’illustrazione filologica, che volentieri diremmo perfetta, se alla fatica granimatologica si fosse unito qualche spunto di analisi estetica. Comunque a tale e tanto lavoro noi non possiamo muovere alcuna obiezione degna di particolare rilievo. Diremmo forse che non abbiamo trovato prove sufficienti per convincerci che il codice è stato scritto contemporaneamente da quattro differenti amanuensi e diremo ancora che se il quadro grammaticale fosse stato trattato più sinteticamente, la sua lettura riescirebbe più attraente e l’argomentazione principale non verrebbe adombrata da particolari accessori che tradiscono un attaccamento fedele a metodi che gli slavisti perpetuano da generazione in generazione senza tener conto dei progressi che in tale campo ha fatti la romanistica italiana e francese. Ma anche cosi, vorremmo che tali lavori servissero di esempio e di sprone ai nostri più giovani slavisti che si impantanano in facili e frettolosi saggi di critica impressionistica, arbitraria — qualora non si tratti di plagi! — e di ciarlataneria divulgativa Ritornando al Codice del 1520 e riassumendo le impressioni che ritraemmo prima alla lettura del testo e poscia all’ esame del presente studio, concluderemo trattarsi di monumento scritto, privo di qualsiasi valore, intento e significato artistico. L’importanza che esso può avere è soltanto per ia storia della cultura o, meglio, della civiltà e ciò non tanto per la sua essenza culturale, quanto per le deduzioni che da esso si possono trarre. Esso viene cioè a confermare idee e manifestazioni che in recenti studi e ripensamenti di letteratura ragusea sono stati messi in evidenza senza aver trovato debito posto e riflesso nelle storie della letteratura slava di Dalmazia. Tracce cakave, glagolitiche e cirilliane cioè paleoslave, che in piccola parte e da un lato solo caratterizzano le origini della letteratura slava di Ragusa. Esistenza di una fase letteraria slava in Dalmazia anteriore agli albori del movimento letterario slavo a Ragusa. Contatto con zone che linguisticamente s’estendevano sino ad aree kajkave (a proposito di certi « kajkavismi » del testo notati già da Jagic). Ultimi barlumi di un'espansione letteraria di Costantinopoli. Concomitanza di elementi sacri e profani egualmente concepiti. Presenza non solo di notai slavi che trattano coi vicini stati slavi, ma anche di « presbiteri slavi » (che il Ljepopili a torto scambiò per altrettanti glagoliti !) che si valgono del cirilliano per la cultura religiosa anche entro i confini della Repubblica. Luci e riflessi particolari del caleidoscopico dualismo dalmato. Documentazione linguistica di una data zona, particolarità paleo-grafiche di una data epoca, pietra miliare per varie constatazioni e via dicendo. Il Codice, dunque, vale a studiare, nelle sue diverse manifestazioni, l’elemento slavo di Ragusa nel secolo XVI. Elemento che noi non vogliamo negare, ma che possiamo comprendere soltanto se considerato alla luce della cultura italiana, che di sè l’improntò tutto nel corso di parecchi secoli, rendendolo fedele assertore alloglotto delle sue mirabili conquiste. È appunto per ciò che gli Slavi stessi considerarono e apprezzarono anzi e sopra tutto i canti carnevaleschi, la lirica petrarcheggiante, i poemi tasseschi, le commedie e le satire dei « latinizzati » poeti slavi di Ragusa e presto dimenticarono i rari e ibridi codici cirilliani, zeppi di ignoranza e di incoscienza, che alcuni slavisti cercano di salvare da sintomatico oblio. A. Croma