— 301 — SERENA A., La Giovinezza del Paravia. Ricordi d un salotto veneziano. Venezia, Ferrari, 1932-X (estr. dagli « Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti ». Tomo XCI, Parte II, Vili, pp. 27). In questo scritto pieno di garbo, di buon gusto, equilibratissimo nel giudizio, ricco di precise note bibliografiche e critiche, il Serena per lo studio del periodo veneziano della vita del Paravia trae prò’ da un carteggio inedito di lui con la contessa Teresa Albrizzi in Marcello, illustre gentildonna non meno amante delle Muse e delle lettere in genere che zelante del buon governo della casa e della educazione dei figliuoli. Si tratta, più particolarmente, di lettere scritte quando quella gentildonna, sciogliendo il circolo del suo salotto, del quale il P. si definiva da sè stesso il « galletto », si allontanava da Venezia per recarsi nella trevigiana per il suo soggiorno estivo delle Badoere e certo nel loro insieme gettano qualche luce non solo sul carattere e sulla formazione spirituale dell’illustre dalmata, ma anche sulla vita veneziana di allora. Specialmente interessante è riuscita per noi quella nella quale alla celebre Isabella Teotochi Albrizzi, che, com’è noto, dovè contribuire, la sua parte, a creare il tipo della Teresa dell’ Ortis e al figlio di lei Giuseppino (il Pippi del Pin-pemonte e del Foscolo) rimprovera di navigare secondo il vento e di mostrarsi affezionati solo a chi regna sia il Turco o il Papa; mentre lui, il Paravia, ha un altro sistema: «ama il buono, il retto e l’onesto dovunque si trovi e grida alla croce contro a ciò che non è nè onesto nè retto nè buono e come al tempo dei Francesi non sarebbe stato mai francmacon per la ragione che è cattolico, così ora non saprebbe lodare certe cose e certe persone per la gran ragione che è un Italiano ». A Venezia peraltro il Paravia lasciò il cuore tanto da potere in altra lettera giurare che allora si sarebbe sentito lieto a pieno quando vi fosse potuto tornare per non abbandonarla mai più; e ciò, sebbene a Torino fosse in una situazione tale da non poterne desiderare una nè più onorevole nè più vantaggiosa. Domenico Orlando G. PlTACCO, La passione adriatica nei ricordi di un irredento 2 (L. Cappelli ed., Bologna, 1934-XIII, Vili, pp. 324). Non sono passati sei anni, ed abbiamo la seconda edizione di questo avvincente e amaro volumej; ho detto amaro, perchè non possiamo leggerlo senza che un’ ombra di dolore ci veli gli occhi : tanti e tali sono i ricordi che, da ogni pagina, balzano a torturarci ancora una volta, a rincrudire una ferita non ancora bene rimarginata. Ritorniamo ai tempi in cui, di giorno in giorno, d’ora in ora, si viveva nella febbrile attesa, in una crudele alternativa di speranze e di angosce, finché il novembre del 1920 non venne a suggellare la nostra sorte. Pitacco, magnifico campione dell’ irredentismo adriatico, che, insieme col nostro Ghiglianovich, lasciò la città natale e i parenti per accorrere dovunque si potesse agire in prò degl’ Italiani soggetti aH’Austria, ci offre in questo volume una ricca, documentata esposizione dell’attività svolta dagl’ irredenti, spinto, come dice, anche « dal desiderio, per noi sacro, del compianto Ercolano Salvi che fossero raccolte ed illustrate le prove, che dimostrano come gli irredenti, nella loro maggioranza, avessero intuito ed avvisato i pericoli