— 19Ò — e millenarie tracce e propaggini e glorie di cultura slava anche sulle sponde dell’Adriatico, perchè poi l’a. afferma categoricamente «c’est là que, depuis le X siècle, la littèrature yougoslave ne cesse pas de se développer et de s’enrichir ». Ma quali o dove sono queste tracce o monumenti di «evoluzione» e di «arricchimento» letterario? Secolo X: niente! Secolo XI: niente! Secoli XII, XIII ecc.: una rozza epigrafe, frammenti di testi chiesastici, liturgici, singoli statuti e ciò tutto fuori e lungi dal territorio dalmata, nel littorale croato, in Istria ed altrove : sorti per i primi bisogni d’un'officiatura chiesastica che specialmente in campagna assumeva anche ogni funzione civile, e tramontati o cristallizzati nello stesso ambiente senza forza d’espansione e d’evoluzione, senza il minimo accenno ad un trapasso letterario. Quanto passivi e sterili essi siano stati lo dimostrano le stesse condizioni culturali dell’ambiente loro che per secoli e secoli, sino quasi all’alba del secolo passato, rimase lontano ed estraneo alla civiltà e all’arte europea in genere. Del resto lo stesso prof. D. altrove ha pur ammesso che solo il rinascimento italiano è riuscito a dare una vera letteratura agli Slavi di Dalmazia. Tutti i loro precedenti « monumenti » culturali sono stati estranei ai posteriori indirizzi letterari e si possono ricordare solo a titolo di cronaca, di fenomeno chiesastico, linguistico sinanco, ma non devono essere esaltati o camuffati nella storia della letteratura quale base o fonte o origine di «evoluzioni» retaggi, substrati millenari..... L'accenno storico a loro non deve tradursi in incensamento l E nuovamente l’a. alza senza bisogno il turibolo quando, per il semplice fatto che un « Fiore di virtù » italiano è stato trovato in una « lezione » serba (di quale regione?), rumena e russa (?), presenta i Croati quali « intermediari» fra l’Occidente ed i Russi. Basta pensare un momento alla storia dell’antica letteratura russa e bizantina per vedere quanto ipotetica e teorica sia la «mediazione» croata che l’a. pacificamente imbastisce. Il pernio di tali « scambi » è Bisanzio — sia pure col tramite della letteratura bulgara — e chi non conosce la storia della cultura bizantina non può parlare di filoni o di irradiazioni straniere in Russia. E Bisanzio è nuovamente che, fra tante eresie, ha regalato all’ Europa, nel caso nostro all’ Italia e alla Francia, anche il « mal seme » dei Patarini o Bogomili. Anche se questi si sono spinti sino alle porte delle città dalmate, non sono stati certo i Croati — come ammette il D. — ad inoltrarli in Europa. E ad onore del vero Bisanzio è stata — come lo dimostrano la letteratura antica bulgara e serba ed i codici cirilliani in aree croate — a dare anche ai Croati alcune di quelle leggende (Giosafat e Barlaam ecc.), che il D. crede venute fra i Croati dall’Occidente. Quindi anche da questo punto di vista la «letteratura» dei Croati non ha quel significato e quella portata che le si vorrebbe attribuire. Inutile pure il volere scusare la poca efficenza della letteratura slava di Dalmazia con l’incolparne i Turchi che scorazzavanD sino al mare o con l’accusare Venezia che siffattamente non sarebbe stata favorevole all’ « emancipazione culturale della sua popolazione slava». Tutti sanno dai casi più tipici e comuni della storia universale quanto poco le « scorrerie » nemiche — Italia docet — siano riuscite a paralizzare la cultura di una nazione, se essa realmente era vitale, intensa, attiva e nazionale. E se le incursioni o la sola minaccia turchesca in Dalmazia non riuscirono a paralizzare la floridezza della machiavellica repubblica ragusea, la quale appunto in quell’epoca aveva il suo periodo d’oro, che proprio la letteratura sua slava ne avesse dovuta essere minata o addirittura avvelenata? £ tutti sanno ancora che Venezia (ma nel periodo della cosi detta letteratura slava Ragusa non dipendeva più da essa) non ostacolò le iniziative culturali slave, le opere e le persone slave che