— 188 — Adriatique »? E perchè poi la sua attribuzione alla sola Dalmazia? E non è questione di eleganza formale, di espressione occasionale, di « tecnicismo » di titolo ecc., chè l’a. negli ultimi suoi lavori usa insistentemente per la voce Dalmazia, anche nei titoli, il termine «oltre Adriatico» « preko Jadrana ». Ci deve essere quindi qualche causa speciale per un simile trapasso toponomastico e sinanco storico. Sappiamo che il governo di Belgrado per eliminare pericolosi ricordi e regionalismi o antagonismi di regioni e di razze ha abolito i vecchi termini storici per le regioni principali dell’odierna Jugoslavia ed ha quindi proscritto anche la voce « Dalmazia », che invece noi Italiani sì gelosamente raccogliamo e tramandiamo quale prezioso e fatidico nome e retaggio. Che il prof. D. abbia voluto o dovuto con ciò sottomettere la tradizione storica e scientifica alle nuove disposizioni di Belgrado? O abbia voluto rendere omaggio a qualche idea o sogno adriatico? O un tratto di prudente diplomazia per evitare termini e questioni « vexatae »? Strano! tanto più strano, in quanto usando il lungimirante o multicapace termine, cioè concetto, « Littorale adriatico », avrebbe dovuto fraternamente abbracciare tutti i gruppi di Slavi sparsi lungo le coste orientali del littorale adriatico. Allora sì che il suo lavoro avrebbe guadagnato in vivacità, ampiezza e varietà, allora sì che il comparatista avrebbe avuto agio di sfoggiare le sue acrobazie e tendere le sue insidie : Slavi che per secoli furono sotto il dominio diretto d’Italia (Dalmazia), Slavi che vissero alle porte terrestri del giardino d’Italia (Istria), Slavi che dall’ irradiazione italiana restarono lontani (il cosi detto Littorale croato) ; di qui quello che l’a. chiama « civiltà » di un tipo e civiltà di un altro tipo, primitivismo slavo quasi originario da una parte e schietta civiltà italiana dall’ altra parte anche in seno al più « elegante » crocchio di verseggiatori croati, e via dicendo. Ma da tali considerazioni e parallelismi quale sarebbe risultata la « civiltà » dei letterati slavi di Dalmazia ? Il D. ha inteso forse con orrore la piena vittoria dell’italianità artistica, morale, 1 eligiosa, umana ecc. e prudentemente l’ha scavalcata. Seguiamolo, quindi, nel suo difficile ma voluto compito di scavalcamento. Subito nelle prime righe del suo lavoro egli afferma categoricamente che gli Slavi si spinsero verso Occidente in cerca di mare. Ma è proprio vera questa nostalgia del mare in un popolo che del mare non aveva la più lontana idea come Io comprovano le sue sedi originarie e il tesoro comune della sua terminologia originaria, protoslava? Le varie migrazioni degli Slavi ci parlano di ben altre cose che non del mare. E la « potenzialità » demografica delle loro migrazioni ne è una prova. Per le incursioni al mare poi dei Serbo-Croati parlano meglio di tutto gli Avari ed altri loro padroni che li spinsero e li costrinsero dove e come loro vollero. (Cfr. a proposito — per non citare il solito Jirecek, Slovanské starozitnosti — l’opera recente di H. SONNABEND, L’espansione degli Slavi, Roma, 1931). Nelle stesse prime righe l’a. parla di una simbiosi italo-slava che avrebbe avuto inizio già all’alba del secolo VII. Orbene, noi siamo d’accordo che gli Slavi vennero in Dalmazia e vi si stabilirono all’alba del secolo VII, ma che già in questa epoca si sia iniziata la suddetta simbiosi non è possibile, perchè gli avvenimenti storici dei secoli successivi la escludono in maniera abbastanza categorica e perchè la raccolta di documenti dalmati, che gli Slavi stessi curarono dal Racki in poi, ci porge pochissime prove per una tale affermazione. Si tratta quindi di un’anticipazione di parecchi e parecchi secoli che trova 1’ obiezione più bella nella stessa vita sociale degli Slavi di allora! Poche righe più avanti l’a. narra come i neovenuti Slavi, mantenendo il loro carattere nazionale, la loro mentalità, il loro gusto ecc., riuscirono a crearsi alla luce