— 290 — di non poter esigere che altri subiscano i danni e le sofferenze a quella inerenti, mentre egli per parte sua è più che pronto ad affrontarli.con tutta serenità, se'sono segni negativi della sua tempra politica, sono indizio non dubbio della generosità e nobiltà del suo animo. Ancora nel '70, a proposito della sua partecipazione ai moti del marzo ’48, egli scriveva: «Dal rimorso dell’aver provocato gli altrui pericoli;io volli essere libero, serbando a me la facoltà di partecipare ai non provocati pericoli per mio particolare diletto e piacere. E io, non arcade per verità, potevo e posso ripetere il detto del pastorello virgiliano : Nec spes libertatis erat nec cui a peculi » (per la citazione vedi la prefazione, p. LXV). Pertanto se dà lode al Manin per i « pericoli eh’ egli nel'J nome di Venezia animosamente affrontò », non sa perdonargli, ed aspramente lo biasima (questo è un altro dei punti fondamentali del suo dissenso col Manin) di aver sollevato Venezia con « mossa temeraria » e tanto meno giustificabile, in quanto allora non erano prevedibili quei fatti (la sollevazione di Milano, la guerra del Piemonte, i soccorsi mandati da Roma e da Napoli, le insurrezioni di Vienna e dell’Ungheria) che infine resero possibile per tanti mesi la resistenza della Repubblica. Ma tra le ragioni che indussero il Tommaseo, ad onta dei replicati ed espliciti inviti dei Dalmati, ad onta che a lui stesso non sfuggisse l’importanza dell’apporto che avrebbe potuto dare, sollevandosi, la Dalmazia nella lotta contro l’impero degli Absburgo, come del resto risulta evidente da questa nota, apposta ad un progetto di sollevazione della Dalmazia, in data 8 febbraio 1849 : « Potevano i legni sardi, pur col mostrarsi, sommuovere la Dalmazia nella state del ’48, ed avrebbero, sgomentando l’Austria, avuto da lei condizioni migliori....» (cit. dal Prunas nella nota 291), tra le ragioni, dunque, che indussero il Tommaseo a non favorire, anzi ad ostacolare la sollevazione della Dalmazia, ve n’ ha alcune che, non legate alla sua particolare mentalità, dànno veramente da pensare, e costituiscono le attenuanti di quello che noi consideriamo il suo errore principale. Possiamo lasciar da parte alcuni argomenti dal Tommaseo addotti nel passo citato: cosi l’impossibilità da parte di Venezia di fornire armi agli insorti (non afferma egli stesso, p. e., che tra coloro che attendevano un cenno solo da parte sua, erano i soldati del reggimento Wimpffen, italiani, che sarebbero passati con armi e bagagli a far parte del moto?); così l’impossibilità, mancando le navi, di difendere una costa lunga come quella della Dalmazia (quale affidamento, ci domandiamo, poteva far l’Austria sulla sua flotta, i cui equipaggi erano formati di marinai reclutati nelle terre adriatiche, dell’ una e d’ altra sponda, epperò nella gran maggio-gioranza italiani, e i più degli altri devoti a Venezia, in caso di una sollevazione della Dalmazia che, con tutta probabilità, si sarebbe trascinata dietro l’Istria ?) ; così l’impossibilità di trovare il denaro non per premiare, ma per almeno sfamare la popolazione sollevatasi (non possiamo negare che questo argomento sia degno di qualche considerazione, tuttavia non lo riteniamo tale da solo, da far senz’altro scartare come disperata l’azione). Più solido ci sembra invece un altro argomento, il timore della Russia « distendente la sua rete di ferro su tutta la gente slava », cioè in via di realizzare l’idea panslava. Ma questo però non nel senso che si dovesse temere della Russia^ diretta-mente, quanto invece dei danni che avrebbe potuto arrecare, con un’ invasione di Montenegrini, alla Dalmazia meridionale il Vladika Petrovich, longa manus della Russia che lo finanziava, e il quale nel maggio del ’48 s’ era rivolto con uno scritto agli abitanti del territorio di Ragusa e delle Bocche di Cattaro, sospettati di tendenze verso l’Italia.