— 129 — popolazione cittadina aveva ceduto il posto a nuove forze etniche, provenienti in massima parte dal retroterra slavo, in misura più piccola da Venezia. Queste le premesse, molto chiare, da cui parte la ricerca onomastica del prof. Skok. Segue un’analisi particolareggiata di alcuni nomi, che è ben lungi però dal contenere tutto il vasto materiale e non abbraccia nel testo più di sei pagine. Sono passati in rassegna (in gran parte sulla raccolta già fatta dal Jireòek) i nomi cristiano-latini, che scompaiono dopo il secolo XV ; qualche ipocoristico slavo di origine latina (Gaudius> Gausus> Gausigna>Galzigna > Gozinic), toponimi di origine latina slavizzati, nomi di famiglia latini con desinenza slava (Marulic, Vetrame), nomi di origine greca nella forma originale e in quella slava, nomi di santi locali, soprannomi umoristici italiani e slavi, nomi derivati dall’epica medievale francese. Questo ibridismo onomastico slavo-latino è un indice — secondo l'autore — della composizione etnografica della popolazione cittadina e serve a precisare la simbiosi slavo-romanica che esisteva già nel secolo XI (cap. 3). Ma in questo secolo i nomi sono ancora nettamente separati dal punto di vista etnico : nomi slavi si riscontrano unicamente presso gli Slavi, nomi romano-cristiani presso i Neolatini. La popolazione romanica non oltrepassava mai, afferma il prof. Skok, le mura cittadine: i toponimi e i nomi personali neolatini sono legati al territorio della città. L’immigrazione slava si effettua da principio solo sul territorio che si trova fuori delle mura cittadine; mentre nella città si compie col tempo una penetrazione pacifica, come lo dimostra l’ibridismo onomastico già esaminato. Dopo la caduta dell’ impero, questa popolazione romanica sviluppò una speciale lingua neolatina, che in ogni città assunse un colorito particolare: quante erano le città, tanti erano i dialetti di questo nuovo linguaggio, che il prof. Skok sommariamente caratterizza. Una ricca dittongazione collega il dialetto di Veglia coi parlari dell’Istria e degli Abruzzi, mentre il dalmatico meridionale sta da sè ed ha una certa affinità col neolatino dell’Albania settentrionale. Le parlate di Arbe e Zara avrebbero formato una zona di passaggio tra il nord- ed il sud-dalmatico, come il dialetto di Ossero rappresenterebbe il passaggio verso i dialetti dell’ Istria.