— 178 — late poi le opere di altri poeti ragusei non lirici e notate ne sono le rispettive e già note fonti italiane. Il capitolo più bello e più originale è quello sul Ragnina. Qui anzitutto è passata in rassegna tutta una serie di fonti italiane, che nessuno aveva finora notato, dagli strambotti del Serafino, del Tebaldeo e di altri ai sonetti del Petrarca ed ai capitoli del Bembo e di altri suoi ammiratori. Inoltre è demolita completamente la tradizione letteraria che del Ragnina faceva un riformatore ed un poeta classicheggiante, traduttore dal latino e dal greco. Agli storici letterari che si barricavano dietro gli studi fallaci del Jagic, Maixner e Kasumovié e facevano passare il Ragnina per traduttore dal latino e dal greco, per autore di un « canzoniere » eminentemente classico e per poeta versato nelle letterature classiche, il Torbarina getta in faccia le fonti italiane delle poesie croate che si credevano versioni dal greco e dal latino, passa in rassegna buona parte di altre fonti italiane che formarono la base principale del canzoniere croato e con bella documentazione conclude che il Ragnina conobbe pochissimo il latino e niente affatto il greco, non fu versato nelle letterature classiche e deve tutte le sue tracce di cultura classica ad opere italiane. Constatazioni consimili 1’ A. fa pure nello studio del metro del R. Nella conclusione sulla sua figura l’A. pur riscontrando uno strano miscuglio di sentimenti, idee e forme altrui, non nega però che talvolta faccia in lui capolino qualche espressione genuina. Un altro breve capitolo raccoglie un paio di notizie sulla lirica dei due Masi-bradich, di M. Bona e del Bobali e accenna ad alcuni punti di contatto col Petrarca e col Tasso. L’ultimo capitolo tratta esclusivamente dello Slatarich. Qui anzitutto è notata la tradizione letteraria — croata — che a quell’epoca s’era già accentuata a Rag sa e sono dati parecchi esempi dell’attaccamento che i nuovi poeti ragusei dimos.ra-vano ai loro corifei. Ma sono poche cose. Dominante resta sempre il Petrarca. Sentiti pure il Bembo e l’Ariosto. Ma già bene è sentita 1’ evoluzione formale, per cui lo SI. emerge di fronte agli altri lirici e per cultura e per immediatezza di espressione. Così almeno conclude l’Autore. A conclusione di quanto scoprì e disse nel corso dei singoli capitoli, l’A. aggiunge al suo lavoro una specie di commiato o epilogo, in cui, cercando di smorzare la brutta impressione che può fare tutta quella congerie di fonti italiane tradotte, ridotte, storpiate, copiate, imitate, calcate, ecc. dai poeti slavi di Ragusa, imbastisce una specie di « apologia prò litteris ragusanis » e a costo di contraddire sè stesso nel cammino precedente, procura di andare « tutissimus in medio » fra quelli che supervalutano e quelli che svalutano la letteratura serbo-croata di Ragusa. Egli pensa che non sono stati soli i poeti slavi di Ragusa a subire l’influenza delle lettere italiane in Europa, che a Ragusa hanno agito « les influences communes» e non « les influences particulières » (A. Gide) e non si fa scrupolo nel riconoscere alla poesia ragusea una « individuai physiognomy », il merito di aver « developed along new, individuai lines », tanto che « thè subsequent periodical influxes from ltaly were only of an ephemeral nature ». Il contenuto stesso del libro che, trattandosi di pubblicazione scientifica poco comune in commercio e scritta in lingua non a tutti accessibile, abbiamo tratteggiato con alquanta larghezza, dice approssimativamente i principali pregi e difetti dell’opera e basterebbe a dispensarci da un ulteriore esame. Pure nor. possiamo fare a meno di concederci ancora qualche osservazione. E prima di tutto e più di tutto ci piace esprimere la nostra cordiale ammirazione per un lavoro, che pur essendo in origine