ALBANIA Dj-in Nero, nei distretti della « grande Albania » tenuti dagli slavi non ebbe più a occuparsi da quando, sulla fine del 1927 scoppiò nel paese dei Dukagjini una rivolta organizzata da agenti della lega militare serba e diretta da profughi essadisti venuti dalla Jugoslavia. Nè mosse un dito per impedire che 150.000 albanesi fossero scambiati negli ultimi sei anni con il governo di Ankara, a seguito di un accordo per le minoranze, come « mussulmani turchi » importati ai tempi dell’invasione ottomana nei distretti di Gjakova, Cossovo e Ipek. Zogu non era nè slavofilo nè italofilo. Dall'Austria aveva appreso a disprezzare tanto l’Italia quanto la Jugoslavia e aveva così rafforzata la sua convinzione « osmanli », secondo la quale il nazionalismo albanese, l’autonomia, l'indipendenza erano utili pedine per tenere in ¡scacco i serbi che sospettava ereditieri del Drang nach Siiden austriaco da quando avevano raggiunto finalmente il litorale adriatico da Sussak alle Bocche di Cattaro, oppure da spostare verso l’Italia appena si faceva sentire troppo la pressione slava. Ma i tempi erano cambiati di molto dal 1914 ed erano ormai fuori uso i sottili accorgimenti della diplomazia sultaniale. Zogu si conservò insomma il bey di una volta e come tale si comportò verso i sudditi e verso le Potenze. Di qui le reazioni che accompagnarono il suo regno, le rivolte di cui abbiamo già detto e poi la fuga. Significativo nella preparazione, nello svolgimento e nelle conseguenze, è stato l’attentato di Vienna. Il 20 febbraio 1931 all’uscita dalla rappresentazione dei Pagliacci, a cui aveva assistito con il maresciallo di Corte Lesh Topolai, il ministro di Corte Ekrim Li- 171