ALBANIA (teqè) centri del nazionalismo più puro, collocati quasi sempre in luoghi ameni, sono piuttosto cenacoli che monasteri: il capo o baba porta una veste nera (gli hogia invece l’hanno bianca) e un copricapo alto, bianco, a segmenti, circondato da una fascia verde: sul petto gli pende un medaglione di cristallo o di ambra dello Yemen, segno della sua dignità. Non meno complicata la situazione degli ortodossi, che abitano prevalentemente nelle eparchie o diocesi dell’Albania centrale e sopratutto nella meridionale (Durazzo, Coriza, Berat e Argirocastro). Col movimento per l’indipendenza, si è sviluppato in mezzo a loro fin dal 1912 quello per l’autocefalia, cioè per il distacco dal Patriarcato di Costantinopoli. Le trattative ebbero nuovo impulso nel 1921 per opera dell'archimandrita Fan Noli, consacrato nelle comunità d’America e allora al governo, ma fu raggiunta soltanto il 12 aprile 1937. Pochi giorni dopo ebbe luogo a Tirana l’intronizzazione solenne del nuovo metropolita di Albania, Cristofori Kissi, dal quale dipendono i vescovi di Coriza, Argirocastro e Berat-Valo-na-Kanina. La Chiesa ortodossa albanese manca però di clero indigeno e solo lentamente riesce a sostituire nella liturgia l’albanese al greco. L'autocefalia è stata appoggiata dal governo per evidenti ragioni di opportunità politica. Si trattava cioè di tagliare fuori uno dei pretesti più accreditati per l’irredentismo ellenico nell’« alto Epiro ». Ma la scissione ha operato il distacco dall’elemento albanese di religione ortodossa e in parecchi punti anche di lingua greca, che si trova nella Macedonia e nella Camuria. In tal modo si è consolidata oltre capo Stilo, il Makrocambo e i monti Gramos la situazione per cui, malgrado il co- 181