— 224 — Zagabria e a quello dell’ Accademia jugoslava. La serie è aperta da due doc. del 4 marzo 852 e del 28 sett. 892, emessi il primo dal duca croato Terpimiro e l’altro da Mutimiro, a favore della chiesa di Spalato. Sono due doc. gemelli che riguardano lo stesso argomento. Ci sono conservati in copie cartacee del sec. XVIII. Il Nagy, osservando che si tratta di «veri e propri diplomi» (potpuna diploma) ne studia il valore storico e giuridico. Con riguardo alla loro debolissima tradizione avremmo preferito una discussione diplomatica, tanto più che i doc. in questione ci si presentano come qualcosa di assai discosto dalle consuetudini e dalla prassi diplomatica della posteriore cancelleria regale croata. In maggior numero, poco più di una ventina, sono i doc. regali (1060-1090) tutti, tranne uno assai sospetto, emessi a favore di monasteri. Di nessuno però ci è conservato l’originale. Il N. è mal informato quando, seguendo il Racki, afferma che sul doc. di Cressimiro del 1059 ab ine. siano ancora visibili i fori per dove passava la cordula. Non della cordula, ma nemmeno della plica v'è traccia alcuna in questo documento! Accettandoli tutti come autentici, e trattando alla stregua di originali anche quelli per i quali sono state già manifestate serie ragioni di dubbio (cfr. Novak V. Dva splitska falsifikata, in Sfrena Buliciana, Zagabria, 1925), il N. si studia di ricostruire la costituzione, il funzionamento e i formulari della cancelleria reale croata. Giungendo, come era da prevedersi, a risultati che per la loro varietà e per le continue transazioni ed eccezioni che devono farsi ora per l’uno e ora per l’altro documento, non possono soddisfare lo studioso, che avrebbe il diritto di attendersi unità, conseguenza e uniformità in un complesso di documenti, usciti — si badi ! — nello spazio di soli 30 anni da una stessa cancelleria. Nei documenti privati (918-1090) il N., a ragione, distingue tra carta e notitia. Non possiamo però seguirlo quando, constatato che a Zara prevalse la carta e nella restante Dalmazia la notitia, egli, ormeggiando il Sufflay (Die dalmatinische Privaturkunde in Sitzungsberichte der K Akad. der Wissensch., Vienna, 1904, fase. 147), tenta di spiegare questo fatto avanzando l’ipotesi che a Zara, risparmiata dall’invasione avaro-croata, si conservarono le istituzioni giuridiche romane e quindi anche il notariato, mentre nella restante Dalmazia, venuto meno il notariato, ognuno poteva provvedere come meglio credeva alla redazione dei documenti che gli interessavano. Nella carta zaratina, insomma, il N. vede una derivazione romana, mentre fa intendere che nella notitia vi sia molto di slavo. Questa differenza non va. Tanto la notitia che la carta sono di origine romana. E non solo nella Dalmazia invasa, ma per esprimerci con le parole del Saivioli «sì nei territori bizantini che nei longobardi durante l’alto medio evo non esisteva un monopolio di notai, perchè tutti, anche le parti stesse, potevano redigere i loro atti (Storia del diritto italiano, Torino, 1921, pag. 52). E nè in Dalmazia nè altrove le invasioni non interruppero le tradizioni del tabellionato romano > (ibidem, pag. 53). In Dalmazia anzi, come ha dimostrato l’Inchiostri sulla base dei papiri salonitani, le leggi o le consuetudini che nell’alto medioevo disciplinano la redazione dei documenti, trovano perfetto ed esatto riscontro in uno stato di cose preesistente all’invasione avaro-croata (Cfr. Inchiostri U. Contributo alla storia del diritto romano in Dalmazia nel X e XI secolo, Estratto dall’ Archeografo triestino, voi. XXXI, pag. 33-34). Il carattere croato delle carte non zaratine dovrebbe, a parere del N., essere provato dalla comparsa che vi fa il pristaldus (= l’introduttore nel possesso). A parte che il pristaldus compare anche nelle carte zaratine, e a parte che questo è l’unico elemento pretesamente slavo che siasi potuto rintracciare nei documenti dalmati, osserveremo che nel pristaldus non c’è di slavo