- 260 — allora in Italia, quando Aristotele ed Orazio, non sempre però giustamente interpretati, venivano posti a principal fondamento dei nuovi trattati d'arte letteraria. Abbiamo accennato che il Cattarino fu in relazione con Annibaie Lucio, di Lesina, uno dei più noti rappresentanti della poesia in lingua croata di questo tempo in Dalmazia. Ad esso il Pasquali indirizzò un sonetto e una delle sue più nobili ed eleganti canzoni (Rime cit., p. 83 e sgg.), nella quale, con la caratteristica intemperanza, così nelle lodi come nel biasimo, di questo secolo di esasperate passioni letterarie, rivolto al Lucio dice (cito dall’ Archivio Stor. ecc., I, 8, p. 13): per la tua fama poetica, ... con Arno à paro Andar potrà la tua città di Faro; e t'invidierà Qual più ne '1 dir si loda Fra quanto l'Appennin soggetto mira, quando oda il « suon leggiadro» Della tua nuova Delmatina Lira Che tanta gratia spira Ne' suoi soavi accenti Che da suo corpKelice (se 'l ver la fama dice) Prese d’alto stupor l’Immane menti Et dalle salse Linfe Per meraviglia stringe uscir le Ninfe. Noto incidentalmente che il K., come troppo spesso gli accade, fraintende qui l’espressione «da suo corpi elice.... l'humane menti •, quando crede significhi ridà la vita ai morti » (p. 41); ma qui altro mi preme chiarire. Troppo poco deduce egli da questa canzone, limitandosi ad osservare che essa, come il sonetto che la precede, attesta delle amichevoli relazioni e della reciproca estimazione in che si tenevano questi due poeti. Per noi essa ha un valore ben più grande, che al K., anche se l’ha saputo vedere, non tornava evidentemente vantaggioso per la sua tesi di far rilevare: il verso «Della tua nuova Delmatina Lira» dimostra assai chiaramente quale fosse l’opinione dei letterati dalmati di quel tempo (e le considerazioni venute poscia, fossero anche molto più convincenti, di quelle messe avanti dal K., poco possono contare) sulla poesia in lingua croata in Dalmazia, eh’essi chiamano «nuova». È chiaro che per essi quindi, se una letteratura dev’essere considerata esotica in Dalmazia, non è l’italiana che vi esisteva da tempo, direttamente riattaccatasi alla latina, attraverso le nuove esperienze venute d’oltrealpe, come nelle altre regioni d’Italia, sì invece la croata. E per concludere. Anche ammessa la verità di ciò che il K. asserisce (ma ci sia lecito per lo meno di fortemente dubitarne), che le poesie del Lucio, seppur non date alle stampe, furono sempre lette dal popolo che ancor oggi le legge ; dalla dimenticanza in cui invece cadde ben presto la poesia del Pasquali, neanche per scherzo potremmo trarre l’illazione che ciò avvenne, perchè avendo egli scritto nella morta lingua latina e nell’ italiana straniera (p. 42), essa poesia non potè penetrare- fra il popolo in mezzo a cui era fiorita, mentre d’altro canto l’Italia ebbe troppi e più valorosi suoi poeti per curarsi dello straniero da. Catharo Dalmatino ».