- 229 — ie analogie sono mezzo efficacissimo a sostegno di una tesi; altrimenti sono vana erudizione, buona a sbalordire gli ingenui. E i zelanti indagatori di origini, analogie, influssi, dovrebbero una buona volta persuadersi, che le nostre costruzioni sorte tra il IX e il XII sec., le centrali e le basilicali, così primitive nella tecnica, povere di decorazioni e, salvo il s. Donato di Zara, di proporzioni così minuscole, in gran parte sono prodotti di carattere locale, messi su alla buona, usciti spontanei dal gusto semplice del popolo. Dare importanza speciale p. e. al s. Pietro Vecchio di Zara per il fatto che esso rappresenta l’unico edifizio sacro a due navate in Dalmazia, significa non avvertire l’estrema rozzezza di questa costruzione tanto nel suo insieme quanto nei suoi particolari, non riconoscere in essa l’opera ingenua, creata d’impeto da chi era estraneo ad ogni culto della forma. L’autore ha diviso il periodo indicato nel titolo in tre sottoperiodi: il primo ha fine con la metà dell’XI secolo, con l’avvento, cioè, al trono di Pietro Cresci-miro IV; il secondo con l’anno 1204, quando l’oriente mediterraneo cadde in mano alle genti latine (quarta crociata) e Bisanzio, da loro occupata, perdette per sempre ogni influsso sulla vita politica e culturale delle popolazioni di questa sponda dell’Adriatico; il terzo incomincia nel momento in cui nell’Italia meridionale il regno di Federico II raggiunse il culmine della sua potenza, esercitando il suo ascendente anche sulla vicina Dalmazia; si chiude questo sottoperiodo con l’anno 1420, quando l’intera Dalmazia, ad eccezione di Ragusa, venne definitivamente in potere di Venezia. Si meraviglierà forse qualcuno che dei monumenti da molti ritenuti di epoca anteriore al principio del IX sec., in questo libro non sia fatta menzione; gli è che l’autore non ne trova di anteriori a quel secolo, unico eccettuato il battistero di Zara. Di questa esclusione si parlerà a suo luogo; non possiamo tuttavia non riconoscere che è appunto di questi ultimi tempi fra gli studiosi dell’arte nostra la tendenza a spogliarla dell’aureola di veneranda antichità, di cui sino a poco tempo fa ci si compiaceva di adornarla, tendenza da cui pare che anche il sig. Vasic sia dominato. Diremo di più ancora: uno fra i più profondi conoscitori del periodo studiato dal nostro autore, il Rivoira, dichiara che più i nostri vecchi monumenti si studieranno, più si vedrà che vanno posti in epoche meno tarde di quanto finora si è creduto ; e il Rivoira si esprimeva così quasi trent’anni addietro. Son parole che danno da pensare; comunque, la prudenza nel datare le opere d’arte, certamente non è mai troppa. La divisione della materia in tre sottoperiodi senza alcun dubbio facilita il compito all’autore; per la sostanza della cosa ci sembra quasi superflua, fors’ anche non sempre corrispondente ai fatti storici sui quali s’impernia. Il secondo sottoperiodo, per esempio, il quale necessariamente decide del precedente e del susseguente, perchè chiuderlo con la caduta di Bisanzio? Se fino allora ci fu da parte di questa metropoli un qualche influsso politico e culturale sulla nostra regione, fu esso veramente di tanto decisiva importanza, da por fine col suo improvviso cessare a tutta una epoca della nostra civiltà in genere, dell’arte nostra in particolare? L'influsso politico bisantino veniva esercitato soltanto in quanto bastava a difendere le città dalmate, Zara in ispecie, da Venezia; e se i bisantini erano i preferiti, lo erano appunto perchè il loro ascendente sulla vita politica delle nostre città era quasi nullo, spesso una parvenza; mentre Venezia, lanciatasi alla conquista del monopolio commerciale, nei paesi conquistati non altro cercava che scali e difese dei suoi interessi, soffocando in pari tempo ogni velleità d’autonomia, ogni aspirazione che potesse crearle concorrenza. D’altra parte se ci fu influsso d’arte bisantina sulle nostre sponde, sarà esso definitivamente cessato con 1’ anno fatale