— 277 — steri, sussidi validissimi agli storici degli altri municipi. Infine si noti che parecchi documenti di quel tempo sono senza data. Per tornare a Damiano Juda, il racconto tradizionale che ne ritrae l’atteggiamento politico (accennato dal V.) non regge a causa di parecchie stranezze e sconcordanze al controllo della critica storica. Secondo i cronisti, il Juda (si badi alla suggestione del nome) avrebbe voluto trasformare il libero comune in autocrazia (caso unico in Dalmazia) nel 1204 (Resti), tradendo i suoi concittadini; ma Pietro Benessa, genero del Juda, che avrebbe consegnato ai conti veneziani Ragusa, come può essere decantato quale rivendicatore della libertà? Nò, egli doveva essere detto, secondo lo spirito municipale raguseo di allora e le tendenze degli annalisti, doppiamente traditore; del congiunto e della patria. Nelle cronache invece, per motivi ben chiari, è svisato tutto il fatto. Il Juda risulta certamente figura storica : è ricordato in una carta dell’archivio capitolare di Spalato nel 1222 quale comes di Ragusa uno o due anni prima. In quel periodo torbido, in cui i Ragusei tentennavano tra la soggezione ai Veneziani (avvenuta nel 1205) e l'alleanza coi pirati d'Almissa, il Juda, che fu apertamente fautore di questi ultimi, danneggiò, dopo eletto conte, il commercio di Venezia, cosi da costringere la repubblica delle Lagune, anche a difesa delle città debellate o protette di Dalmazia, a intervenire nei fatti di Ragusa, riaffermando con mano sicura il suo prestigio. Questo intervento energico dei Veneziani è dissimulato dai cronisti con poca abilità nel racconto di Damiano (ma il nome è tutt'altro che sicuro) Juda, con un’anticipazione cronologica di circa due decenni nel Resti. È tempo ormai che, sfatato il racconto fiabesco dall’esame dei documenti, del Juda non si parli che come di un conte avventuriero, alleato agli Almissani, suscitatore d’una sedizione contro il governo veneto, soffocata con prontezza, di modo che, come afferma anche il V., « i conti veneziani rimasero a Ragusa per cento e cinquant’ anni ». A pag. 13, sempre parlando degli avvenimenti dei sec. XIII e XIV, il V. assevera che a Ragusa non c’ è il leone di Venezia, che ivi non si conosce che la moneta propria, mentre le altre città dalmate coniano quella veneziana e che infine i Ragusei, quando loro piacque (kad se Dubrovniku ushtjede), cacciarono via il conte veneto. Tutto ciò è inesattamente narrato. Quanto al vessillo di Venezia, è bene ricordare che ancora nel sec. XIV vi era rappresentata la croce (Molmenti, La storia di Venezia nella vita priv., I, Bergamo, 1922, p. 121); come insegna il leone invece si vedeva a Ragusa proprio in questo tempo scolpito sulla porta così detta del Leone, verso il mare (Gelcich, Dello sviluppo civile di Ragusa, Ragusa, 1884, p. 42); il diritto poi di batter moneta propria esercitavano anche altre città dalmate, come Ragusa (per Spalato e Cattaro cfr. Stockert in Bullett. arch. e st. dalm., 1910-1911 ; per Zara B[runelli] in Dalmata, 21 maggio e 4 giugno 1913); la partenza dell’ultimo conte veneto — in seguito ad avvenimenti esterni cui fu estranea la volontà di Ragusa — avvenne (1358) con attestazioni di stima e simpatia da parte della popolazione, dei patrizi in particolare. p. 13. «11 conte Marco Giustiniani diede il 9 maggio 1272 al comune lo statuto, frutto del connubio della politica veneziana e dell’opportunismo raguseo: per la maggior parte codificazione di leggi anteriori latino-serbe ». — Adagio Biagio! Dal parvum stotutum alla metà del sec. XIII Venezia tracciò le linee fondamentali del suo diritto (Molmenti, op. cit., p. 84-86) : allora o poco dopo sorsero, con maggior o minor somiglianza di norme e d’ assetto a quelli di Venezia o di qualche altra città d’Italia, alcuni statuti dalmati (cfr. G. Bonolis, Il diritto marittimo medioevale dell’Adriatico, Pisa, 1920), contenenti anche disposizioni locali