PAUTE SECONDA 51 terzo, in cui successe la rotta, uscì del suo campo il vesir con tutto lo sforzo della cavalleria e passò vicino alla tenda dov’io stavo nascosto spettatore delle operazioni di quella moltitudine di gente, ch’era tutta dubbiosa ed irresoluta in tutto ciò che designava di fare, o coll’avanzarsi o col fermarsi. (ìerillo, fratello dell’Omer mio padrone, venne alla tenda e coll’aiuto mio pose il meglio della sua roba in due saccoccie. Si preparò un poco di pilào, del quale, cibatisi pili turchi, tutti tremanti, fu a me dato il resto ; che lo mangiai dietro di un monti-cello di fieno, con l’occhio sempre fisso alla montagna detta Ka-lemberg, dove fiammeggiando il fuoco de’ nostri vidi in un momento tutto l’esercito che sembrava un campo d’ariste, che agitate dal vento par che vadano con le loro spighe contra il medesimo. Li turchi, senza che li nostri facessero gran fuoco, voltarono le bianche loro teste, tutti muti, verso il proprio campo; ed ivi neanche poterono eseguire l’intenzione, che forse aveano, di correre alle tende per salvare quel ch’era possibile delle loro sostanze. Poiché, arrivativi appena, non seppersi risolvere a trattenersi un momento; anzi prendendo qualcuno alcun cammello o mulo carico per condurlo esso seco, quanto a lui serviva di remora, tanto agli altri fuggitivi d’intrigo e d’ostacolo, perchè, giugnendo questi animali alle fosse, cadendo chiudevano li passi: spettacolo che facea conoscere la giustizia di Dio, e che io rimiravo legato nel braccio sinistro con una fune tenuta da Gerillo a cavallo, che colla nuda scimitarra in mano, correndo seco a piedi nudi, mi strascinava. Posto così io in necessità di seguirlo con la morte avanti agli occhi, cominciai subito a sentire i tormenti delle piaghe che mi facea no li bronchi ed i sarmenti de’ vigneti, per i quali era forza camminare; onde prevedendo che o di ferro (e tanto più che molti turchi compagni esortavano il Gerillo ad uccidermi) o di dolore avrei douto morire, mi preparai a render a Dio l’anima, con una cordiale benedizione che diedi all’esercito cristiano. Venute le tenebre della notte, benché molto chiara risplendesse la luna, cessò nulladimeno il timore a Gerillo; il quale commiserando infine il mio povero stato e vedendo vagabondo un cavallo, sopra di esso, stanco per la debolezza, senza sella