289 vano di lui fatte concepire ben altre speranze. Il pubblico doveva essere con lui esigente e difficile, e chiedergli qualche cosa di men comune; ma al giovili poeta non bastaron le forze contro le difficoltà, dipendenti da si varie cagioni, del nuovo cimento, e, duopo ò pur confessarlo, soggiacque. Ed ei fu tanto più disgraziato, che il maestro non seppe a’ suoi versi tesser quei possenti e magici fregi della musica, che tanti cattivi versi han fatto pur perdonare. La sua musica quanto all’effetto generale è languida e scolorata; ad essa mancano que’ vivi colori, quelle tinte grandiose, che il pubblico avido di novità e di forti impressioni or domanda alla musica. I maestri (ma per ¡sciagura i maestri in teatro non contano, souo una impercettibile minorità) lodano la regolarità e bontà delle melodie, ma il pubblico non si scosse se non alla stretta d’un duetto tra il basso e il tenore, il Ronconi, Cesare, e il Moriani, Emanuele, che termina l’introduzione, e dove cogli attori fu pur gridato e applaudito il maestro ; all’ aria dell’Z/M-gher, Isabella, ove eguale onore fu reso alla cantante e al maestro, e dove alla bellezza del canto s’unisce un moto vario e ingegnoso del- VI «