311 e il bel lavoro degli strumenti, ma queste cose passarono, per li comuni spettatori, affannati dalla lunghezza dell’ opera e dal caldo, inosservate. Il pubblico non si fermò con piacere se non ad una bella romanza con accompagnamento di spinetta, alquanto rauca, in figura d’arpa, e del flauto con ogni perfezione di maneggio e soavità di voce sonato dal Martorati, ed al primo tempo del finale, di ricco e splendido lavoro di parti. Nel resto, benché uno dei maestri, nell’assenza dell’altro, fosse più volte acclamato a mezzo del prim’ atto e domandato sul proscenio alla fine, la musica non fece nessun effetto, e il secondo passò affatto inosservato e in silenzio, e se ne votò a mezzo il teatro. La musica fu scritta sopra 1’ antico libro del Romani, la Rosmunda, nobil lavoro, già da noi altre volte lodato, e che 1’ esito sfortunato dello spartito del Coccia aveva condannato al-1’ obblio. Parve strano a’ più che la parte del paggi i, che il Coccia aveva affidata al contralto, la Manetta Brambilla, qui fosse sostenuta dal basso Rossi ; oh il delicato paggio, con quella lunga e folta barba, e quella voce di tuono! Non so qual critico francese aveva dato ragione al Bellini d’ aver fatto ne’ Puritani