132 il suo ferro ; ed anzi che il mio giudizio, non le spiaccia ascoltare un mio consiglio. Vegga che i tormenti della sua vita non muovan da questo, ch’ell’abbia forse fallito la sua vocazione. Lasci questa industria della poesia ; ne diseredi di grand’ animo il figliuolo ; non ne avrà, creda, gran male, poiché ogni eredità di versi è una miserabile eredità, fossero pure di Dante, di cui certo la non aspira agli allori. Si pruovi in qualche altra via: il cielo ne apre, a chi ha buon volere, cotante ! Pei* altra parte, qual gloria, quale fortuna può ella sperar mai dalla poesia? Non vede ? i poeti ci vivono ora uno per casa, tutto il mondo è poeta : io sono poeta, tu sei poeta, ella è poeta, noi siamo poeti, tutti sono poeti. Poi v’ è l’imbroglio dei classici e dei romantici ; uno vuol la poesia dei trovatori e 1’ altro quella dei bardi ; questi è per le ballate, 1’ altro pei rispetti e le cobbole ; chi la vuol bianca, chi la vuol gialla; non ci s’intende più ; si fa a mosca cieca, a pigliami topo. Oh lasci di grazia questa Babelle, smonti di Pegaso, abbandoni, senz’ abbandonare la vita, Elicona ; creda, se no troverà assai contento. Disperazione per disperazione, ecco io le suggerisco un leggiadro spediente , nel quale