BONAPARTE A MILANO quest’ultimo non avesse mai preso le armi contro la Francia) venne imposto un contributo in danaro ; ed essi furono costretti a fornire i francesi di viveri, bestiame, abiti e munizioni, senza parlare di parecchie opere d’arte che dai musei e dai palazzi ducali presero anch’esse la via di Parigi. * * * La condotta degli italiani in quel periodo, sembrò all’inizio assai docile verso gli invasori. Anzi a Milano il Bonaparte fu accolto trionfalmente l). Fra i suoi esaltatori vi era un piccolo numero di democratici convinti che salutavano in lui l’arcangelo sterminatore della tirannide3), e una gran massa di opportunisti, di quelli che in tutti i tempi e in tutti i paesi acclamano sempre al vincitore. Ma il popolo, soprattutto nelle campagne, mordeva il freno ed aspettava solo un pretesto per insorgere contro gli invasori. Abbiam visto in precedenza che lo stato d’animo della plebe era ostile per preconcetto alle ideologie re- 1) « Fra i patriotti chi lo chiamava Scipione, chi Annibaie ; il repubblicano Ranza il chiamava Giove » (Botta, op. cit., libro VI, p. 227). 2) A Milano, i democratici più esaltati avevano a capo un certo Carlo Salvador, di origine spagnola. Oltre a lui un prete stonacato, Felice Lattuada, un conte Gaetano Porro che ostentava abiti e linguaggio da plebeo per far dimenticare la sua nascita aristocratica e il dottor G. Antonio Ranza che si vantò in seguito di avere inventato un perfezionamento alla ghigliottina. Costoro fondarono una « Società Popolare », ritrovo de’ più accesi repubblicani. Era quella genìa di patriotti che lo stesso Ugo Foscolo nella sua Orazione a Bonaparte per il Congresso di Lione definiva « or delatori or sgherri, demagoghi sempre ; armati di ridicole insegne, di sediziose dicerie, di irritanti minaccie.... ».