f 12 « La Commissione della Camera, udite le comunicazioni confidenziali fattele dal ministero presente, dichiara di non approvar gli andamenti e la politica del medesimo. » E qui mi è d’uopo, o signori, aggiungere subito l’interpretazione, che dinanzi a tutta la Commissione fu data a questa forinola da quelli stessi che l’approvarono. Dichiararono, cioè, che non intendeva punto revocare in dubbio la lealtà, lo zelo, l’amor patrio del ministero : dichiararono ancora (e a questo soprattutto vi prego di por mente, o signori), che la disfiducia non si riferiva a lutto il ministero, come ente morale, ma che, venendo a’particolari, essi trovavano in quello alcuni uomini, ai quali serbavano intiera la fiducia loro. E qui giova notare che a questa dichiarazione aderì pure un membro della minoranza. Ingrato ufficio era quello di venirvi ad annunziare un tal voto: ma considerazioni gravissime c’imponevano il sacro dovere di farlo. Vedevamo per la presente politica il Piemonte prossimo a perdere quel primato, che colla sua virtù s’era acquistato nelle cose d’Italia; vedevamo vicini a perdersi i fruiti magnifici de’sacrificii sofferti; posta a repentaglio l’unione, e con essa la vera e durevole indipendenza d’Italia. Ma, più che tutto questo, ci mosse la paura d’un male gravissimo, che fa tremare voi non meno che noi. Io vorrei che le mie parole vestissero quella solennità, che si conviene a (juesti momenti grandi e terribili, in cui la nostra mano sta per dare 1 impulso ad avvenimenti di lunghi secoli; perciocché noi siamo oggidì come un’acqua che scaturisce dalla cima delle Alpi, che, se scende pel piovente meridionale, va a metter foce nel mare Mediterraneo, se pel piovente settentrionale, corre fino all’Oceano. Voi vedete in tutta Europa le monarchie vacillare dalle fondamenta, ma, quando tutte le altre minacciavano rovina, la nostra si afforzò. Perchè? perchè aveva fatta sua la causa nazionale, aveva coi sacrili ci i, colla fede dei popoli, commisto i so-criiicii c la fede propria, aveva giurato con essi o vincere o morire. Ma se quel felice connubio lece la sua forza, il divorzio farebbe la sua rovina, e i fatti presenti vel dicono altamente, solo che abbiate occhi per vedere. Quando scoppiò la rivoluzione lombarda, preceduta dalle agitazioni di Germania e dalla rivoluzione di Francia, molli e forti partiti anche tra noi s’argomentavano di scalzare la monarchia e, diciamolo pure apertamente, in alcuni luoghi primeggiavano. Ma appena il principe si lu posto a capo del popolo, quei parliti furono immantinente soffocati, ebbero vergogna e paura di mostrarsi; uomini leali, che sempre avevano professalo odio alla monarchia, pubblicamente abdicavano la loro fede passata e accettavano la nuova; gratitudine e ammirazione legavano i cuori. Ora da parecchi mesi (sia giusto ovvero ingiusto) s’ingenerò il sospetto che il principato, troppo sollecito di sè stesso, sia apparecchiato di abdicare per qualche parte quella nobile causa, che l’aveva ringiovanito ed afforzato; abbia cominciato a distinguere la propria esistenza, > proprii interessi, dalla esistenza e dagl’interessi della nazione. Ed ecco que’partiti ripullulare più vigorosi^ più audaci di prima, e già metter mano ai fatti. Adunque già sappiamo per prova dove ci conduca la via