()0 i/aDRÌATICÒ ciare le comunicazioni con Cartagine. Ma la fortuna non lo soccorse; ed allora egli tornò nel-l’Apulia da cui nuovamente s’allontanerà, dopo la disfatta del fratello al Metauro (207 a. C.), per rifugiarsi nel Bruzio, dove lo raggiungerà l’invito di restituirsi nella patria minacciata. Il dominio dell’Adriatico non ritenevasi però dai Romani pieno ed intero senza la padronanza del seno superiore; e tornava poi necessario congiungere i nuovi domini dell'illirico con l’Italia per via di terra. Così adunque il Senato, nel mentre puniva i Galli cisalpini della loro defezione, spingeva la conquista ad oriente della valle padana, assoggettando i Veneti e gli Istri e fondando, a baluardo d’Italia contro i barbari d’oltr’Alpe e a presidio dell’alto Adriatico, la colonia d’Aqui-leia (183 a. C.), l’ultima secondo il diritto latino. Inevitabile poi diveniva la lotta con Filippo di Macedonia, che così ostile s’era mostrato alla politica romana durante la seconda guerra punica. Veramente il Macedone aveva compreso che con Roma non si poteva scherzare e, dopo aver fatto tante promesse al gran Cartaginese, aveva dovuto rinunciare ai suoi piani e sottoscrivere nel 205 a. C. la pace con la Repubblica. Non avea però rinunciato, onde riaversi degli insuccessi sull’Adriatico, ad una politica attiva in Oriente e, contando sull’alleanza di Antioco, si proponeva di ridurre a servitù le libere comunità greche dell’Egeo, fra cui la potente confederazione di Rodi, e di spartirsi