Contro il « mito » antirredentista. 421 è di 31.66; mentre nel distretto slavo di Tolmino è di 28.67), e il giro d’affari degli istituti di credito della Carniola che nel 1880 era di Cor. 32.480, nel 1902 era di 44 milioni! Per quel che riguarda il fattore economico, tutta la storia di Trieste e lo studio diretto del commercio attuale dimostrano che la floridità del porto di Trieste non è affatto naturale, ma creata dallo Stato, a cui, per necessità commerciali, Trieste si è data, cioè a quello che domina il suo specifico retroterra (Nota dello Slataper: In questa parte il libro del Vivante è il primo studio organico sulla vita commerciale di Trieste). Trieste è, dunque, legata indissolubilmente ai paesi austriaci, e quegli stessi triestini che vorrebbero Vannessione all’Italia, devono volere ferrovie che più la « inan-striacano ». Venendo a mancare domani all’Austria l’utilità di favorire Trieste, porto non più suo, quello che è oggi ancora lontana minaccia (per esempio i canali che congiungerebbero i porti tedeschi del nord e perfino il Mar Nero all’Austria settentrionale) sarebbe realtà naturale, ed inoltre l’Austria potrebbe promuovere qualunque porto nel suo litorale. A meno che l’Italia non voglia annettere anche Fiume e la Dalmazia, e anche questo non basterebbe. Nè è detto che l’annessione, con questi effetti, sarebbe di gran vantaggio all’italianità, perchè Trieste potè assimilare gli slavi solo nel suo movimento di grande città commerciale ». Lo Slataper, fatta la esposizione delle considerazioni opposte dalla fede irredentistica circa l’avvenire di Trieste ricongiunta alla Patria (e per gli irredentisti triestini l’assioma unitario andava sino alla accennata conclusione : « Meglio abbia a crescere l’erba in Piazza Grande che restare sotto l’Austria! »), manifestava la sua propensione per la tesi del Vivante (pag. 102): «Noto subito che le ragioni del Vivante sono troppo più gravi per esser disfatte da queste affermazioni avversarie. Essi si illudono di poter parlare di fenomeni, complicatissimi, e il cui studio deve esser basato su conoscenze molto speciali, allo stesso modo che nei caffè si parla con meccanica secchezza delle possibilità diplomatiche». E a pag. 103: «Questo è certo: che il commercio di Trieste non è affatto una necessità naturale, come di nessun porto del mondo in modo assoluto, e che quello che si può prevedere oggi, seriamente, su dati attuali, dà piuttosto ragione al Vivante, che agli avversari. Probabilmente Trieste non tornerebbe a esser un borgo di pescatori, ma, soffrendo la concorrenza del nord e del nuovo porto austriaco nell’Adriatico, sarebbe meno di quello che ora è Fiume ». La storia, invece, col suo responso, ha dato ragione alla fede degli irredentisti, anziché alla logica, materiata di determinismo economico, degli anti-irredentisti: «Se Trieste passa all’Italia — obiettava la fede degli irredentisti — l’Austria o si sfascia in tutti i suoi rottami e