344 CAPITOLO X. Il Magno non sa rendere neppur l’ambascia, per la morte del padre, in un’altra canzone, dove il dolore si dilata e si spande in immagini ricercate e fiorite: Sorgi da Tonde fuor pallido e mesto, Faccia prendendo al mio dolor simile, Pietoso Febo, e meco a pianger riedi. Questo è 'I di ch’a rapir l’alma gentile Del mio buon padre, oimè, fu ’1 ciel sì presto. Cosi comincia il Magno, ma continua meglio: altri poeti cominciano e finiscono peggio, gareggiando con gli oratori funebri nelle iperboli sonore. Fra tanto strepito retorico, che sale dalle tombe, ci arresta la'sincerità dello strazio nel padovano Domizio Brocardi. Questi vide mancarsi la moglie e Kfigli, e ne pianse la perdita con versi, che nella loro roz- VEDOVA VENEZIANA. VESTE « A CORROTTO » DE|£nOBILI. (Dagli • Habitus » di P. Bertelli). zezza hanno pure accenti che sgorgano dal cuore, specialmente per la sua figliuola, lajdi-letta Gigliola: Quel giglio ch'era il fior della mia vita E un vivo sole a tutto l'universo, Colto da morte è languido e disperso Che accresce al viver mio doglia infinita (*). Con ben altra efficacia, che quella dei poeti, la famiglia veneziana è vivificata dai pittori con una espressione, che persiste a traverso i secoli. In un quadro che andò smembrato in tre parti, una famiglia patrizia (Barbarigo o Soranzo?) di quattordici persone è disposta ai lati di un vecchio maestoso, dipinto incomparabilmente dal Tintoretto (2). Un gruppo di parecchi patrizi della famiglia Pisani è dal Veronese rappresentato nella famiglia di Dario inginocchiata dinanzi ad Alessandro, e la pittura inconsapevolmente (1) D'Ancona, Nel primo annii'ersario della morie di Giulia D'Ancona, Pisa. 1899. (2) Il quadro, diviso in tre parti, è custodito nella pinacoteca del castello Sforzesco di Milano. Il ritratto del vecchio veneziano è uno dei più mirabili dipinti del Tintoretto. Mediocri invece, perchè d’altra mano, o guasti da restauri, sono I due gruppi laterali. Cfr. C. Vicenzi, in 4 Rass. d'Arte », Milano, agosto e sett. 1909.