LA PITTURA NEL PIENO FIORE ECC. 125 Bozza, perfidamente ingrato, commettevano in eorum laboreria et opera plura inconve-nientia (1), compiendo col pennello molte parti dei loro mosaici. Fu iniziato il processo, e furono chiamati, il 9 maggio del 1563, il Vecellio, il Tintoretto, il Veronese, lo Schia-vone e altri meno illustri, i quali, pur non potendo negare che alcune parti secondarie dei mosaici erano dipinte, cercarono quasi tutti di attenuare la colpa. 11 più benigno è Tiziano. « Io vi dico che quanto aspetta all’opera del mosaico, io non vedo de meglio, « cioè intendendo delle opere tutte della gesia ». Così il Vecellio, il quale non può dimenticare l’amicizia per gli Zuccato, uno de’ quali, Francesco, era suo compare, « chè gli «battezzò una putta che gli morse;» e conchiude: «a me par che i ghe fazza torto a « questi homini da ben ». Tiziano, che si mostra amico così fido, viene per altra parte descritto non solamente invidioso degli emuli suoi, ma degli stessi suoi discepoli, come del Tintoretto e di Paris Bordon, che egli avrebbe per gelosia licenziatile perfino’del proprio fratello Francesco, il quale, pur non mancando di fantasia viva e di mano felice nel disegno, si ritirò nel 1527 a Pieve di Cadore e si diede alla mercatura, per consiglio del grande maestro. Che egli rifuggisse dall’avere intorno a sè discepoli è certo, ma, senza dubbio, per la noia di dover insegnare, giacché non è credibile che, circondato di tanta gloria, potessero in lui gli stimoli dell’invidia <2). L’Aretino non dice mai il Vecellio poco liberale nell’esti-mare gli ingegni altrui, e si scaglia invece contro gl’invidiosi deH’amico suo. E sì che il terribile malèdico non aveva peli sulla lingua per rimproverare le segrete pecche del compare, di cui biasima, in una lettera del4545, la eccessiva avidità di denaro « non dando cura o obbligo « che si habbia con amico, nè a dovere che si convenga «a parente» (3>. II Vecellio infatti, in alcune sue lettere private, mostra di cercare sempre profitto per se stesso(4). La senseria del Fondaco fu la causa principale delle contese di Tiziano con Giorgione. Nel 1516, dopo la morte di Giovanni Bellini, il Vecellio ebbe la senseria, che gli fu tolta il 23 giugno 1527, dai dieci, i quali vedendo come egli, pur accettando nuove commissioni, non finisse mai la Battaglia di Spoleto per il palazzo ducale, avevano già in animo di ordinare il quadro, che doveva venire dopo il suo, al Pordenone, suo (1) Arch. di Stato. Proc. di S. Marco de supra, B. 78, Processo 182, fase. 2. (2) Cadorin, op. cit., pag. 16. Che Tiziano non fosse invidioso è provato da parecchi fatti della sua vita. Incontratosi un dì con Paolo Veronese sulla piazza di San Marco, gli disse pubblicamente che in lui si accoglieva il decoro della pittura: e nel 1530, guardando nella chiesa dei benedettini di Parma i dipinti del Correggio, esclamò: — Oh! ringraziato il Cielo, che finalmente ho trovato un pittorel — Ammirava la fantasia del Tintoretto e la dolcezza di espressione nei dipinti del Previtali, teneva in pregio il giudizio del Lotto, stimava il Moroni insuperabile nei ritratti, commendava Jacopo da Ponte per l’efficacia ch’egli sapeva dare alla realtà campestre, era amicissimo del Palma. (3) Aretino, Leti, cit., lib. Ili, c. 288. (4) In una lettera a Federico Gonzaga del 27 maggio 1533, Tiziano prega il duca di Mantova di voler persuadere i frati di San Benedetto in Polirone a cedergli trentatrè campi di terra nel territorio di Treviso, per impiegare li scudi guadagnati con l'imperatore Carlo V, acciocché non vadano in malhora. Ma i frati esigevano un prezzo troppo elevato, e il pittore adiratosi finisce per chiamarli poltroni. (Braghirolli, Tiziano alla Corte de' Gonzaga, estr. dagli « Atti e Mem. dell’Acc. Virgiliana », Mantova, 1881, pag. 59 e segg.). Un’altra testimonianza della cupidigia del Vecellio troviamo in una lettera del 21 giugno 1549 di Benedetto Agnella, ambasciatore mantovano a Venezia. Tiziano aveva fatto il ritratto di Caterina d’Austria, sposa di Francesco duca di Mantova. Incontrato l’Agnella, Tiziano domandò se il ritratto era stato ricevuto dai committenti. « Et io dicendogli di sì — scrive PAgnella — mi domandò se gli era stato manti dato a donar cosa alcuna, et rispondendogli di no, egli soggiunse che non si poteva persuadere che sua Ex. non fosse « per fargli un presente conveniente a la grandezza sua et al merito dell’opera, et che quando facesse altrimenti saria «sforzato a dir peggio dell’Aretino ». Luzio, Spigolature Tizianesche, in « Arch. stor. dell’Arte », a. Ili, 1890, pag. 210. ANDREA MELDOLLA DETTO LO SCHIAVONE. (Dalle « Maraviglie » del Ridolfi).