164 CAPITOLO V. « del nostro Signor Dio et apresso tutto el mondo el Stato nostro non possi iusta-« mente esser caluniato, e che loro povareti intendano per nui esserli facte quelle pro-« vision che sono rexonevole »(1>. Così, circondati dalla pubblica benevolenza, crescevano in prosperità gli ospiti albanesi, portando tra la folla multicolore una nota pittoresca e vivace con i loro ricchi costumi, che tuttora conservano. Prima ancora della sventura della loro patria, non pochi di quegli uomini arditi e operosi si erano stabiliti in Venezia, e sino dal 1442 usavano raccogliersi presso il monastero di San Gallo nella contrada di San Severo, donde il patronato di quel santo per la loro scuola, insieme con quello della vera e propria protettrice nazionale, la Madonna del buon Consiglio, chiamata da essi Nostra Signora di Scutari. Pochi anni dopo però, nel 1447, il sodalizio albanese passò nella vecchia chiesa di San Maurizio, assumendo questo santo come terzo patrono, ed ivi eresse « l’altar della B. V. e di S. Gallo in pittura an-« tica », ricordato ancora in una cronaca del Settecento. Le regole del loro Statuto corrispondono a quelle ormai note delle scuole di devozione: qui la messa cantata si celebrava la terza domenica del mese, ed erano ricercati, per essere ammessi nella scuola, senza oneri di tasse, due oppure quattro pifferari, i quali dovevano sonare nelle feste religiose. La confraternita non aveva preferenze paesane, ma fin dal 1454 la riserva di volere albanesi il gastaldo ed il vicario manifesta come una tendenza di affermare il prevalente carattere nazionale della scuola, che di già nel 1476 è giunta a tal grado di floridezza da poter emulare il lusso di altre simili associazioni nelle feste della repubblica, alle quali partecipava come ad un solenne momento della nuova patria di adozione. E con gli ornamenti della architettura e della pittura i confratelli arricchiscono i luoghi dei loro convegni. I dua Albergia sive duae Camerae, che essi avevano avuto in enfiteusi dal pievano di San Maurizio, divennero l’ampia scuola, sorta nel 1489, ornata nel 1500, ed ivi con giusta gelosia saranno custodite la magnifica croce, ricca d'argento et di gran valuta, e il turibolo e la navicella, ancora più preziosi. Ivi pure entrerà la festante pittura di Vittore Carpaccio (2>. Il reggimento dello stato si rifletteva nell’ordinamento delle fraglie artigiane. Infatti, come il Governo aristocratico si studiava di restringersi sempre più nelle mani di pochi, così, quasi per forza d’imitazione, anche le arti, che avevano dato mirabile impulso al lavoro, si venivano a poco a poco chiudendo in ristrette associazioni piene di vincoli e di legami. II monopolio, specialmente dopo il secolo XVI, andò riducendosi a sistema, inceppando ogni avanzamento ; e come ne’ traffici si vietava l’ingresso delle merci straniere per proteggere le nostrali, così le industrie furono esercitate, serbando gelosamente i segreti della tecnica, e le arti furono interdette a chi non fosse inscritto nelle mariegole. Anche fra gli stessi confratelli della scuola dominava una specie d’aristocrazia, quella dei maestri (capi mistri), i figli dei quali avevano particolari privilegi, come quelli di non essere obbligati al tirocinio di garzoni, alle fatiche di lavorante, alla prova di maestro. Non era però un’aristocrazia chiusa, ma sempre viva e sempre rinnovantesi, giacché ogni garzone sapeva che, dopo essersi addestrato nell’esercizio del mestiere, sarebbe divenuto lavorante, e dopo una prova, maestro, lasciando ai propri figli il privilegio di poter diventare maestro, senza alcuna prova (3). L’amor verso la patria e il sentimento di solidarietà fra gli artigiani, causa non ultima della loro potenza, erano come illuminati da un sincero fervor religioso, con- (1) Arch. di Stato, Senato, Mar., Parte 28 giugno 1479. Cfr. anche Ludwig e Molmenti, Carpaccio, cit., pag. 193. (2) Ludwig e Molmenti, Carpaccio cit., cap. Vili, pag. 131 segg. (3) Sagredo, op. cit., 16, 17.